L’Amore Violato – Cap. 8


Se l’ipnosi mi avrebbe concesso di rammentare i dettagli, di contro avrebbe segnato la mia vita per sempre. Già così il risultato non è stato granché confortante, pertanto un soddisfatto barlume di preservazione, colto e stretto gelosamente, ha magari favorito quel bivio per scegliere la giusta direzione: vita anziché patibolo.

Me lo chiedo spesso, cosa sia effettivamente successo in quella camera d’albergo, anche perché è uno degli episodi che più mi è rimasto impresso, addirittura cristallino. Successe anche di mattina, e questo non so spiegarmelo, il perché non fossi a scuola. Strani giochi del fato…

Io vivevo nella 412, ma soltanto di giorno: in quella stanza studiavo, giocavo, guardavo la televisione e mi dedicavo alle mie creazioni, tra la scrittura, il disegno e il bricolage. Tutte le sere, alle 22 in punto, giungeva la telefonata del portiere di notte, che mi ingiungeva di andare a dormire. Il mio letto si trovava nella 416, la camera comunicante alla 418, quella in cui dormivano mia madre e Amilcare.

Non si può spiegare la bellezza della location, dato che si sentiva tutto, ma proprio tutto, dai litigi agli ansiti riecheggianti delle unioni sessuali. Uno schifo per me, imparare l’esistenza del sesso attraverso quei boati animaleschi, di due persone che non andavano d’accordo, forse nemmeno si amavano, eppure le scintille si sentivano fino al tetto dell’hotel. In quei momenti giuravo ripetutamente a me stessa che non avrei mai fatto sesso, con nessuno, infatti sono arrivata a diciotto anni che ero l’unica vergine tra le mie amiche di scuola.

Volevo l’amore, e senza di esso non mi sarei mai concessa: ero una bambina spropositatamente romantica e sognatrice, che desiderava trovare il suo principe azzurro, anche se poi da adulta le cose sono radicalmente cambiate. Però si è trasformata in un’arma a doppio taglio, in quanto cominciai ad usare il sesso come strumento, una via facile per trovare l’amore, affetto e considerazione, per sentirmi importante. Niente di più sbagliato, tant’è che con quel sistema non l’ho mai trovato, o comunque era stato compromesso sin dall’inizio.

Ciò non toglie che abbia vissuto determinati approcci al sesso, con l’incitamento e la supervisione di Alice, figlia del bastardo, che divenne assurdamente la mia migliore amica, sicuramente perché l’unica, dato che non vivevo in un quartiere dove c’erano altri ragazzini con cui fare amicizia e cominciare a sviluppare una vita sociale. Diventammo amiche senz’altro perché lei veniva spesso in hotel, a trovare il padre, talvolta restava a dormire in una stanza del quarto piano, e fu lì che si diede il via alle sperimentazioni.

Amilcare aveva anche un’altra figlia, Pamela, che aveva dieci anni più di me, mentre tra me e Alice c’era una differenza di tre anni. Pamela fu una di quelle donne che ho citato all’inizio, trasgressiva e se vogliamo all’avanguardia che ha fatto scalpore in quella cittadina brulicante di bigotti, benpensanti e ipocriti. Dicono che ci somigliamo parecchio, anche fisicamente, infatti i nostri nomi sono scolpiti in cima agli annali dei pessimi elementi che hanno vissuto in quella città. Si è detto tutto di noi, che eravamo delle zoccole, drogate, alcolizzate e pure malate di AIDS, all’epoca in cui ci fu il boom di questa nuova malattia infettiva che tra gli anni ottanta e novanta decimò migliaia di persone.

Eppure siamo ancora qui, anche Pamela è viva e vegeta, ma mentre lei ormai si è rinchiusa in casa, vivendo ancora in quell’ambiente infido e distruttivo, io ho abbandonato tutto e tutti, da circa cinque anni mi sono trasferita in un luogo dove non conosco nessuno e nessuno mi conosce. Una località di mare, ho sempre adorato il mare, l’acqua che è il mio elemento e ci sguazzo da Dio.

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Con Pamela eravamo amiche, talvolta uscivamo insieme a far “danni”, ma mentre l’amicizia con Alice era indotta, favorita dalle circostanze, quella tra me e Pamela era scelta. La compagnia era formata da un terzo elemento, che aveva all’incirca l’età di Pamela. Un altro soggetto trasgressivo che ha fatto la differenza, e con cui ho stretto un legame speciale, tra alti e bassi che ci hanno avvicinate e allontanate continuamente, a più riprese durante la nostra vita. Il suo nome era, ed è, Tamara, in questo memoriale.

Preciso di nuovo che i nomi inseriti non sono reali, hanno un’assonanza simile agli originali ma sono pseudonimi. Non posso assolutamente rivelare la loro identità, neppure la mia, se voglio scrivere tutto, senza filtri e senza veli, dato che devo proteggere la privacy delle persone coinvolte.

Comunque qui si parla dei miei vent’anni e oltre, che riprenderò successivamente. Adesso devo soffermarmi sul mio rapporto con Alice, in quanto ha una stretta correlazione con l’esperienza drammatica che ha caratterizzato la mia infanzia, attraverso le azioni meschine di suo padre.

Alice non era tanto diversa da lui, anche dalla madre in verità. Due genitori discutibili che hanno trasmesso alla prole un quadro distorto dell’amore e delle relazioni, in special modo del sesso. Così, tra un passaggio e l’altro la palla è passata a me, e in pratica mi vendicavo su di lei, facendole le stesse cose che mi faceva suo padre.

Bisogna puntualizzare, tuttavia, che fu lei a lanciarla per prima. Ovviamente con l’esempio materno era assai emancipata, con tutti gli uomini che andavano e venivano da casa sua, per accoppiarsi con la madre, dunque la curiosità era assai accentuata in lei. Fu Alice ad iniziare il gioco, ed io non rifiutai.

Mi insegnò a rubare, a fumare, a vedere giornaletti porno che lei stessa rubava dal carrello di un inserviente dei piani, che sostava nel corridoio mentre l’uomo puliva e sistemava le stanze. Poi li vedevamo insieme, studiavamo le immagini come fossero gli schemi di un mobiletto dell’Ikea da montare.

Alice si metteva di schiena e voleva essere toccata, massaggiata sul seno, accarezzata tra le gambe, e una volta mi indusse perfino ad infilarmi dei calzini nei pantaloni, per simulare il membro maschile. Incredibilmente, scene e movimenti ricopiavano di netto le molestie inflitte da Amilcare, e ad un certo punto presi ad essere veemente e aggressiva, esattamente come lui. Ma alla figlia piaceva, lei lo rendeva talmente naturale che nessun senso di colpa o imbarazzo mi sfiorò.

Possiamo definirla omosessualità infantile che però è finalizzata alla scoperta del sesso, i bambini giocano in tal senso, come il famigerato gioco del dottore, per sondare quel terreno ad essi proibito. Ma per me non era un gioco, era una rivalsa, un metodo per vendicarmi di suo padre. E questo, non gliel’ho mai confessato. In verità, non lo avevo confessato a nessuno, finora è stato un segreto. Dopotutto, ne provo vergogna.


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