L’Amore Violato – Cap. 7


Come per i miei nonni, se mio padre avesse saputo, o puramente sospettato che il compagno della sua ex-moglie molestava sua figlia, non ci sarebbe stata distanza, né legge che avesse prevalso. Pur non avendo un lavoro, né una casa dignitosa sono certa che mi avrebbe personalmente aiutata a fare le valigie. Ma non ho mai potuto confidarglielo, è andato nella tomba immune da questo scottante segreto. Si sarebbe scatenato l’inferno, ed io lo avevo già vissuto abbastanza.

La sua famiglia, in particolare, era lontanissima da questo concetto, mai avrebbero immaginato che potesse esistere tanta squallida bassezza. Parlo però dei miei nonni, di mio padre, perché l’unico fratello di papà si è rivelato peggiore di Amilcare, anzi la versione maschile della moglie di costui. Quando si è trattato di accaparrarsi l’eredità, ha tentato in tutti i modi di estromettermi, dato che io ero la nipote e figlia assente, perciò nella sua testa ero un’estranea e non meritevole di beneficiare del denaro dei suoi genitori.

Non che avessero spropositate ricchezze, ma erano il risultato di grandi sacrifici e sofferenze, per una vita che non era stata affatto clemente ma che avevano comunque girato a loro favore. I miei nonni, polacchi, durante la guerra furono rapiti dai nazisti e chiusi nei campi di concentramento. Fu lì che si conobbero, e lì si sposarono, mio padre stesso è nato in uno di quei campi. Una genesi che indubbiamente lo ha reso diverso, avendo rischiato la morte sin da quando era in fasce.

I miei nonni scamparono alla morte perché lavoravano in questa specie di fattorie, al servizio di Hitler e i suoi demoniaci seguaci. Quando Hitler invase la Polonia, il suo unico scopo non era catturare gli ebrei e farne un falò… era altresì alla ricerca di manodopera da schiavizzare, ma in particolare di persone geneticamente predisposte a creare la nuova razza, quella ariana. I miei nonni si salvarono probabilmente per questo, in quanto avevano i capelli chiari e gli occhi azzurri, mentre altri componenti della loro famiglia non ebbero egual sorte.

Mia nonna mi raccontò che una notte, i soldati tedeschi irruppero nella loro casa e li prelevarono per portarli ai treni, li divisero con diverse destinazioni e ricordava in particolare una scena in cui vide per l’ultima volta sua sorella, da un treno che la portò via. Piangevano guardandosi negli occhi, consapevoli che non si sarebbero mai più riviste.

Per fortuna alcuni si sono ritrovati, essendo una parte ritornata a Poznaj, ma non tutti hanno potuto raccontarlo. Noi leggiamo tutto sui libri di storia, o ne veniamo a conoscenza tramite qualche documentario, ma ascoltare i racconti di chi ha vissuto quell’orrore in prima persona è tutta un’altra storia.

Quando la guerra finì, e furono finalmente liberi, i miei nonni chiesero asilo politico in Belgio. La Polonia ormai era un posto da dimenticare, le loro case non esistevano più, le loro famiglie decimate. E lì, con la dignità e il coraggio di un grande popolo, hanno ricominciato da capo in un paese straniero, hanno costruito una casa, una vita, dimostrando un alto valore e una profonda umiltà. Nulla a che fare con quello pseudocartografo del mio patrigno, che tra l’altro durante la guerra si nascose tra i partigiani. Coniglio era nato, e coniglio è morto.

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Anche i miei nonni italiani hanno dimostrato invidiabile valore, dal centro Italia si sono trasferiti a Venezia, dove peraltro mia madre è cresciuta, poi in Svizzera e per ultimo in Belgio. E così la fatalità, mia madre e mio padre, appartenenti a due mondi completamente distinti, due culture differenti che altrimenti non si sarebbero mai incontrate, si sono conosciuti e innamorati, in un lampo. Fidanzamento, matrimonio e divorzio come mangiare un sol boccone. Giusto il tempo di fare me, come se il destino li avesse uniti puramente per generare questo pezzo da novanta (rido).

Nel mio sangue, che non è blu, ma anzi di molteplici colori, scorre l’impensabile, non disponibile al primo colpo d’occhio. Eppure, la mia genesi è talmente complicata, intricata, variegata, che pare logico un risultato non propriamente lineare. In effetti, è un aspetto che in molti (soprattutto gli uomini) mi hanno notificato: sono complicata, troppo, a tal punto che è difficile starmi al passo. Un mio amico di colore, giamaicano, mi fece ridere una volta. Con espressione satirica lanciai: «C’è da stare svegli, io cammino con la mente.» E lui: «No, tu corri!»

Ancora ne rido, quando ci ripenso, eppure è vero, e non so se sia da considerarsi un difetto o una qualità. Quando corri, arrivi troppo lontano e ti ritrovi inevitabilmente solo. Anzitutto non ti senti compreso, e capita che ti irriti la lentezza altrui, insomma che non capiscano un tubo. Così ho imparato ad essere dettagliata, a ripetere le cose continuamente per farle entrare, ma alla fine dei giochi mi sono trasformata in un soggetto pedante, ripetitivo e pure noioso. Solo da poco ho cominciato a sperimentare il silenzio.

D’altronde, se una persona è predisposta a capire capisce subito, anche senza l’ausilio di tante parole, perfino senza l’uso delle parole. Non si può cambiare il pensiero a qualcuno se è lui stesso a non volerlo, ognuno di noi ha una propria e specifica evoluzione, ha un determinato percorso da compiere e le convinzioni vanno di pari passo. In sostanza non si possono bruciare le tappe.

L’evoluzione spirituale non è identica per tutti, neanche l’accesso ai vari livelli di conoscenza. Sarebbe il motivo per cui ritengo il mio patrigno un disgraziato, oltre che un bastardo. Più di tanto non puoi prendertela con un handicappato, giusto? Da qui si potrebbe imparare la tolleranza nei confronti delle differenze, visto che di fondo da giovane ero stata una razzista, non nel senso comune del termine, però ero elitaria, non per le minoranze etniche bensì per le minoranze mentali.

Un altro lato che ho associato a mio padre, dopo averlo “conosciuto”. Il libro che teneva sul comodino riguardava la teoria del Superuomo di Nietzsche, e con questo ho detto tutto. Voglio dire, non era un Harmony o comunque un romanzo, non li avrà mai letti, suppongo, visto che gli unici suoi averi mandati da mio zio dopo il funerale, sono stati due cartoni pieni di libri impegnati ed un computer che non ho mai acceso. Ho paura di trovarci qualcosa di deludente e non voglio rovinare l’immagine idilliaca che alla fine è riuscito a lasciarmi, compensandomi tanti vuoti della mia infanzia. Ma innanzitutto non voglio violare la sua privacy, lasciarla illibata anche dopo la sua morte.


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