L’Amore Violato – Cap. 6


Se alcune cose restano limpide, stampate nella mente, ci sono altre cose che svaniscono completamente dalla memoria. Parlo della memoria cosciente, di quel qualcosa che è sempre lì, da qualche parte, e non vuole assolutamente uscire allo scoperto. Sarà una difesa dell’inconscio, un interruttore che si spegne poiché funestamente deleterio, come se potesse distruttivamente compromettere il resto della vita che si ha da vivere.

Quello che è accaduto a me, è stato letteralmente sepolto. D’altronde sono trascorsi trentacinque anni e la memoria può far certo cilecca, ne ha l’intero diritto, però non si spiega il fatto che certi episodi li ricordi perfettamente, e per altri invece vige un buio totale.

Il discorso del gioco non ebbe un effettivo seguito, non si spostò oltre, si protrasse insieme a qualche sporadico avvenimento in cui Amilcare mi toccava di nascosto, se ci incrociavamo o mi passava vicino. La solita mano morta.

Tuttavia non ci fu letterale violenza, solo pesanti molestie, a meno che non sia successo qualcosa di veramente grave in altre occasioni che ho cancellato dalla mia mente, come quando si spogliò davanti a me, una mattina che ero nella loro camera e lui era appena uscito dalla doccia. Questo è l’episodio per cui avevo progettato di farmi un giretto panoramico con l’ipnosi regressiva.

Quando mi afferrava da dietro, in effetti, le sue molestie aumentavano volta per volta. Prima l’abbraccio, poi sfiorava le parti intime fino a toccarle con prepotenza, e nel momento in cui si era adeguatamente eccitato, mi afferrava per i fianchi e mi comprimeva il sedere contro il suo pene, simulando in tutto e per tutto l’atto sessuale. E ripeto, eravamo nel piccolo disimpegno che univa il salotto e il cucinino adibiti negli ex uffici amministrativi. Succedeva quasi sempre lì, dato che era un punto ristretto dove riusciva a prendermi, dopo essere scappata intorno ai tavoli, tavolini e sedie del salotto.

Di fronte a me c’era una finestra, si scorgevano gli alberi del florido verde che circondava l’albergo, e mi ricordo che quando mi faceva quelle cose, osservavo la luce penetrante che proveniva da fuori, alzavo gli occhi verso gli alberi e mi sentivo pressappoco in trance. Non so spiegare bene cosa avvenisse dentro di me, senz’altro chi ci è passato mi sa capire, mentre chi non lo ha vissuto si pone la domanda più banale del mondo: perché non hai urlato, perché non lo hai fermato? Io onestamente non so rispondere.

Però gliela facevo pagare, perché nei momenti in cui si azzardava a fare il cascamorto di fronte a mia madre, lo insultavo in maniera dura e pesante, senza mai essere volgare, ma lo screditavo come se fosse un vero pezzo di merda. Mia madre restava continuamente a bocca aperta, non comprendeva la genesi di tanto odio e tanta sfacciataggine. Aveva cresciuto una bambina timida e discreta, prevalentemente timorosa, e dall’oggi al domani si era ritrovata madre di una tigre.

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Di tanto in tanto me lo dice, che da piccolina ero buona, un angioletto biondo silenzioso e pacifico, non piangevo né urlavo, nemmeno quando ero una neonata. Insomma un tesoro, che è stato trasformato in mostro da un altro mostro. Vai a dirglielo poi, che diventai una tigre per via delle sue pessime scelte in fatto di uomini. Ok, magari due se ci mettiamo anche mio padre, ma valgono per dieci, se non di più.

Mio padre però era mio padre, e la sua unica colpa era di non essere tagliato per il matrimonio, neanche per un semplice legame, era un tipo a dir poco solitario, si faceva i fatti suoi e non gli importava di nessuno, se non di se stesso. Non è mai stato presente, come se una figlia non l’avesse affatto, ma d’altronde i miei genitori si sposarono che avevano vent’anni, lui partì militare pertanto è relativamente poco il tempo trascorso insieme, non sufficiente per rendersi conto di avere, e di aver avuto una famiglia.

Il fatto poi che io vivessi all’estero, non ha certo aiutato a mantenergli quella consapevolezza. Forse quel periodo familiare è stato per lui semplicemente una parentesi, in quanto il resto della sua esistenza lo ha trascorso da solo. Morì anche da solo, trovarono il suo corpo vicino al mobiletto d’ingresso di casa sua, dopo parecchi giorni che non fu visto dalla madre. Sfondarono la porta e lui era lì, esanime, con un soffio di vita partito ormai da troppo tempo.

L’autopsia rivelò che si trattasse di morte naturale, un colpo al cuore forse, o un infarto, perché dagli organi analizzati era il cuore che aveva ceduto. Non aveva compiuto sessant’anni e mi batté sul tempo, dato che per quell’occasione, il suo compleanno, avevo deciso di andare da lui e portargli un bel regalo: il mio primo libro, il mio sogno realizzato.

Lo avevo visto dieci anni prima, o meglio, lo avevo conosciuto dieci anni prima. Accadde quando mi approcciai per le prime volte alle droghe, quando cominciai ad aprire la mente. Presi una decisione molto coraggiosa, soprattutto sentita, ma non ero sicura della sua reazione, se mi avrebbe delusa, dopo anni e anni di indifferenza e silenzio. Presi l’aereo e volai da lui, con la speranza viva nel cuore. E trascorsi due giorni magici, in quel momento furono i più belli della mia vita.

Parlammo, parlammo di tante cose, e bevemmo… bevemmo tanta birra rossa da quasi scoppiare. Seppi diverse cose in quel week-end, sentii l’altra campana suonare, il motivo reale che indusse al divorzio, e capii finalmente che la verità stava nel mezzo. Come per tutte le cose.

Grazie a quel positivo colpo di testa, ho conosciuto veramente mio padre, chi fosse in realtà e la storia della sua famiglia. Mi sono resa conto che gli somigliavo tantissimo, mia madre non diceva fanfaronate come supponessi, convinta che me lo dicesse soltanto perché arrabbiata, perché non tollerava certi miei comportamenti. «Sei come tuo padre!» Una frase che si dice, quando non ci si rispecchia nel frutto del proprio grembo, eppure anche mia nonna italiana una volta lo puntualizzò: «Non è figlia nostra.» E questo dà da pensare.


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