L’Amore Violato – Cap. 5


Tralasciando di chi fosse la colpa, o da dove fosse partita la miccia, non si erano comunque presentate avvisaglie, nulla che potesse far presagire la piega che avrebbe preso la faccenda. Il tutto si verificava sempre con il sorriso, con la massima ilarità, pertanto sebbene la cosa mi allarmasse, non sapendo dove il vecchio volesse andare a parare, mi prestavo a questa specie di gioco, anzi mi venne pure in mente che fosse il suo modo (contorto) per esprimermi il suo affetto. Però quella vocina continuava a ripetermi di non fidarmi.

E faceva bene, dato che dopo aver osato toccarmi senza essere in qualche maniera bloccato, nella sua testa malata e pure bacata, ciò venne interpretato come un bel nullaosta, ritenendo di aver a che fare con una ragazza anziché con una bambina. Comunque ho smesso di attribuirmi delle colpe, per non averlo fermato in tempo, visto che non ero una donna consapevole e vissuta, non avevo alcuna idea di quello che avrebbe più tardi significato. E forse nutrivo ancora fiducia, nel non supporre che si potesse arrivare a tanto.

Così, dài oggi dài domani, il bastardo cominciò a toccarmi con più veemenza, proprio come se fossi una donna che avesse una vita sessuale in piena regola. Però accadeva di giorno, in ambienti illuminati e con la possibilità che mia madre potesse vederci, come negli uffici amministrativi che erano stati trasformati in un salotto con un’annessa cucina. Ed è forse per questo che non l’ho mai fermato, volevo che mia madre vedesse, che capisse, eppure la fortuna è stata sempre dalla sua parte. La stronza è davvero cieca…

Un episodio in particolare, mi sovviene, io che gli domandai il perché mi toccasse in quella maniera il seno, massaggiandolo con movimenti vigorosi e circolari, e lui con l’aria candida, come se cadesse dalle nuvole replicò: «Beh, non le vuoi fare crescere?» Una replica oltremodo criptica, che all’epoca mi fece assurdamente pensare che le donne si facevano toccare le tette dagli uomini per farle diventare più grandi. Ma poi, sarà vero? Mai avuta la conferma di ciò.

Vero è che il mio seno è cresciuto nutritamente, ma a parte la componente genetica precedentemente menzionata, crebbe anche perché cominciai ad ingrassare, diventando quasi obesa. In hotel non c’erano tante possibilità, essendo sempre rinchiusa in camera e dunque non avevo accesso alle cibarie, ma quando ci trasferimmo in una casa vera, l’ago della bilancia salì vorticosamente. Avevo quindici anni e pesavo settanta chili.

A quell’età la tortura fisica e psicologica del bastardo era relativamente finita, a parte qualche richiamino bloccato sul nascere, in un attimo me lo mangiavo con le parole e gli urli disumani, ma ormai il meccanismo era stato innescato. Il cibo era diventato il metodo più facile ed efficace per non pensare, per sfogarmi, e inoltre la mia stanza da letto era vicina al frigorifero, bastavano due passi e trovavo il paradiso.

Ad ogni modo, già verso i dieci anni mi feci pienotta, visto che avevo cominciato ad uscire dal mio loculo. La mia tappa fissa era un cestino colmo di dolcetti e caramelle che mia madre riempiva sistematicamente, sopra un mobile alto posto nel bureau. Andavo matta per i dolci, tuttora, forse per il mio bisogno irrefrenato di dolcezza.

Questo è un problema contro cui ho lottato per la mia intera esistenza e contro cui, ahimè, continuo a lottare, in quanto è facilissimo ricaderci. Basta soffrire un tantino, essere tristi per una cosa andata storta, una semplice delusione e si trova immediato rifugio nel cibo. Una droga, che poi è stata sostituta con le droghe vere, l’alcol, le sigarette… Tutte queste cose, le faccio o le ho fatte principalmente per non mangiare.

Una volta che riprendo peso, come adesso, metto il mio corpo in punizione e le mie giornate si riempiono di caffè e sigarette. Povero, paga le conseguenze per via di una mente fondamentalmente malata. Però, almeno ho abbandonato le droghe e l’alcol. Se durante i miei vent’anni ed oltre potevo essere considerata un’alcolizzata, cominciando a bere il pomeriggio senza interruzioni fino alla notte, tutti i giorni, ora invece posso essere considerata astemia. Sono anni che non tocco nemmeno un bicchiere di vino.

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Entrò però in ballo anche un altro fattore: alcol e droghe mi facevano sentire sicura, forte, distruggevano (momentaneamente) le mie insicurezze e toglievano slancio a tutte le mie inibizioni, soffocandole a dovere. Sono sempre stata una bambina insicura, eccessivamente timida e riservata, diciamo pure asociale, e queste sostanze mi aiutavano a sentirmi normale, uguale a tutti gli altri.

Tuttavia ciò fu una conseguenza. Fino ai diciassette anni ero totalmente contraria all’alcol, essendo mio padre un alcolista, e ancor di più ero contro le droghe perché compromettono la lucidità e il controllo si sé, finché non fui avvicinata a questo mondo, dopo essermi trasferita a Roma. Lavoravo in una galleria d’arte, in mezzo ad artisti di fama mondiale, a gente altolocata e per certi versi viziosa, pertanto il passo fu breve, la sperimentazione pressoché d’obbligo.

Non fu certamente immediato, opposi ferma resistenza per parecchio prima di compiere quel passo, ma sappiamo com’è l’essere umano. Se vivi in un ambiente dove tutti fanno una determinata cosa e tu non la fai, diventi ben presto un elemento estraneo e vieni di fatto bandito. A maggior ragione se circola l’uso di sostanze dopanti, perché tutti intorno a te entrano in una dimensione diversa dalla tua, parlano addirittura una lingua diversa, non hanno nulla da condividere con te e ti trasformi in un pezzo d’arredamento.

Comunque non fu questa la motivazione principale, lo feci solo perché mi fidavo ciecamente della persona che me la offrì, e il motivo per cui lo fece. Avevo la mente chiusa, un potenziale emotivo imprigionato, intrappolata dal mio ego e le sue inibizioni, le sue costrizioni, e in pratica fu offerto come uno strumento “curativo”.

Se sia stato curativo, per la mia mente, rimane comunque la certezza che l’uso delle droghe mi abbia aperto la mente, si è successivamente trasformato in uno strumento di crescita emozionale. Grazie alle droghe ho sfrenato le mie manifestazioni di affetto, mi sono addolcita ed ho smussato parecchi spigoli, ho viaggiato nella mia anima e ci ho trovato delle cose bellissime, cose che fino ad allora non sapevo nemmeno che esistessero.

Con ciò, mi pare ovvio che non intendo invogliare nessuno, tanto meno incitare i ragazzi a fare uso di droghe. Ma, come tutte le cose, è fondamentale l’uso che se ne fa, se in maniera costruttiva o distruttiva. Il cervello ci dev’essere sempre così come l’istinto di preservazione, il sapersi fermare quando necessario. Non dev’essere un’evasione ma un ingresso…

Drogarsi per risolvere i problemi conduce alla morte, e non necessariamente a quella fisica. Anzi, io considero il cibo la vera droga, ed è pure legale, anche se fortunatamente non sono diventata né bulimica né anoressica, non ci ho mai neanche pensato. Lo scopo era di riempirmi, di colmare un vuoto interno, e rigettare per me rappresenta un controsenso, malgrado mi sia capitato diverse volte, ma mai è avvenuto volontariamente.

Il cibo non mi ha mai fatto sentire sola, questo è il diabolico trucco: è l’effetto tipico della droga, ti compensa una mancanza così da diventarne dipendente, da abusarne senza nessun controllo. Quindi non è la droga ad essere la vera droga, e non per forza è una sostanza illegale: è come si pone il soggetto di fronte ad essa, come la usa, a renderla tale.

Ma un’altra droga è ancora più potente: l’amore. L’amore mi faceva sempre dimagrire, colmandomi quel vuoto che riempivo con il cibo. Peccato che è cosa rara, e non si vende al supermercato qui all’angolo…


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