L’Amore Violato – Cap. 4


Ora viene il difficile, perché si entra nel vivo dei fatti accaduti, riportando alla memoria eventi assai spiacevoli che neppure rispettano un adeguato decoro sociale, men che meno morale. Ho già detto che iniziò tutto come un gioco, o almeno così sembrava che fosse, e invece la situazione prese una direzione altamente preoccupante.

Le prime immagini che mi sono rimaste impresse sono di lui che mi correva dietro e, dopo avermi afferrata, s’incollava alla mia esile schiena premendomi contro di sé. Partì con degli abbracci, poi gradualmente cominciò a toccarmi, poco per volta, finché un giorno non arrivò al mio ancor più esile seno. Era piccolissimo, del resto avevo circa dieci anni e non ero del tutto formata, benché s’incominciasse a vederne la presenza.

Di costituzione sono maggiorata, sebbene mi sia sottoposta ad un intervento chirurgico di riduzione essendo il mio davanzale troppo ingombrante, sopperendo così ai miei problemi di schiena, quindi a quel tempo era senz’altro più grande rispetto a quello delle altre ragazzine della mia età. Mi dicevano sempre che avevo il seno di mia nonna, quella italiana, una donna prosperosa e tornita che ai suoi tempi faceva razzie di cuori.

Mio nonno comunque non era da meno, anzi m’è giunta notizia di qualche sua leggera scappatella. Il tipico maschio latino, aveva un fascino notevole, con la sua carnagione scura e i capelli neri come la notte, e mia nonna ne era altresì consapevole. In fondo anche lei non era stata felice durante il suo matrimonio, essendo mio nonno un tipo autoritario ed impetuoso, e il suo intromettersi esageratamente materno nella vita di mia madre era senz’altro dovuto al desiderio che la figlia non subisse la stessa sorte.

Con me, naturalmente, era ancor più protettiva, affinché un’anima innocente non pagasse lo scotto degli adulti. Me lo disse una volta, quando fui più grande, avevo circa trent’anni ed ero ormai un’adulta, così mi sentii di parlarne con lei. Con mia madre non avevo mai effettivamente chiarito, ancora non sa cosa sia effettivamente successo, e francamente preferisco mantenere il silenzio, il dubbio, dato che ad oggi è ancora angariata dai sensi di colpa e se sapesse la verità, ormai sarebbe come infliggerle del male gratuito.

Le raccontai qualche sprazzo, appena uscii da quella terapia di gruppo e fu il giorno in cui decisi di andarmene da quella casa per trasferirmi a Roma, ma senza odio. Eppure, anche in quel frangente non fui sufficientemente esplicita, poiché dopo le mie parole, con la voce tremante mia madre mi chiese: «Perché, cosa ti ha fatto? Guarda, quando vedo in televisione quei poveri bambini vittime di violenze mi sento male, perciò se lui ti ha fatto questo io…» Ma la bloccai, dicendole che ora non aveva più importanza, volevo guardare avanti e gettarmi il passato alle spalle.

Come precisato, uscivo da cinque giorni di fuoco in cui il mio ego era stato praticamente abbattuto, pertanto è facile supporre che lo pensassi veramente. Ero sincera, sul serio avevo intenzione di dimenticare, di perdonare, però non avevo fatto i conti con il tempo. Certe ferite non si rimarginano mai, neanche adesso sono del tutto guarite.

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Con mia nonna ne parlai apertamente, ma in quel momento l’odio era ritornato. Era il periodo che Amilcare fu trasferito in una clinica che fungeva anche da casa di riposo, in quanto non poteva più essere gestito a casa. Per qualche tempo si assunse una badante che lo assistesse seguitamente, ma in seguito fu necessario che ricevesse cure continue. L’Alzheimer aveva preso il sopravvento ed era un pericolo principalmente per se stesso.

Mia nonna mi telefonava di frequente, allorché smise di venire in Italia perché ormai sola, mio nonno era morto di silicosi per aver lavorato nelle miniere, e fu in una di quelle occasioni che mi sfogai con lei. Mia madre andava in clinica dalle tre alle quattro volte al giorno, insomma aveva sacrificato la sua vita ancora una volta per lui. Io espressi il mio acre disappunto, affermando che, nonostante tutto, ancora insisteva a “pulirgli il sedere”.

Mia nonna di tutta risposta condivise pienamente, lei lo aveva sempre detestato, e non soltanto per il tipo di persona che era. Aveva l’occhio lungo e in definitiva aveva sempre saputo. In quella telefonata le confessai l’opera del bastardo, non riportai i dettagli ma fui decisamente eloquente. Ero stanca di tacere, e fondamentalmente mia nonna era l’unica che avrebbe potuto capire.

«Non l’ho mai potuto vedere, soprattutto quando venivate in campagna e notavo i suoi sguardi rivolti a te, come ti guardava quando giocavi, quando ti abbassavi e lui sbirciava sotto la tua gonna.» Queste sono le uniche parole che ritrassero il suo pensiero. In maniera più elegante, non avrebbe potuto manifestarlo.

Devo dire che ne fui sollevata, mi ero tolta un peso che era gravato per troppo tempo sulle mie spalle, e quella sorta di confessione mi rasserenò, specie perché languì gran parte dei miei sensi di colpa. Al tempo ero ancora sufficientemente convinta che una parte di colpa fosse mia, che fossi stata io ad invogliarlo, ad inviargli determinati messaggi che lui, da buona faina aveva raccolto di corsa e senza ripensamenti. Questo avrebbe anche spiegato il fatto che, appena mia madre gli chiese di smetterla, lui lo fece immediatamente: per Amilcare, in pratica, ero io a volerlo.

Un gioco psicologico che probabilmente si svolge a livello inconscio. Per non sentirsi uno stupratore, sporco e maniaco nei confronti di se stesso, il soggetto si autoconvince di essere stato invitato ad agire, pressappoco soggiogato (da una bambina!). Un labile alibi, in effetti, dato che ciò non giustifica in alcun modo la pedofilia, eppure per queste persone funziona. Riducono la colpa corredandola di attenuanti e vanno avanti con la faccia pulita. Più o meno.

Siamo noi a sentirci sporche, noi vittime anche di noi stesse. Perché noi ce le poniamo le domande. Ce lo chiediamo, perché arrivano a tanto? E lì è automatica la risposta: non sarà mica colpa mia?


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