L’Amore Violato – Cap. 3


Non so bene quando tutto cominciò, so solo che partì come un gioco. Lui mi rincorreva scherzosamente ed io fuggivo affinché non mi prendesse. Ricordo che le prime volte lui rideva, e così ridevo anch’io. Ma troppo presto ha iniziato a trattarmi come un’adulta, come una donna, mentre invece ero solamente una bambina.

Non lo dissi mai a mia madre, non le confessai quello che mi faceva perché mi vergognavo, e poi non sapevo proprio come dirglielo, ero così pudica che mi vergognavo solo di pronunciare parole in merito. Soltanto una volta glielo dissi, ma la mia confessione fu talmente confusa che lei fraintese ogni cosa.

Ricordo che era il periodo della mia comunione, avevo undici anni, e plausibilmente derivò dal fatto che per la prima volta, ed anche l’unica, mio padre prese il treno insieme a mia nonna polacca per venire in Italia e partecipare al rito. Un evento sacro per la loro religione, a maggior ragione perché a quel tempo era salito a capo del pontificio Karol Wojtyła, il papa buono polacco che divenne il grande Giovanni Paolo II. Quando lo elessero ero ancora in collegio, era un collegio di suore quindi si può ben immaginare l’eco che ne ricevetti, come se fosse il nuovo salvatore delle anime del mondo.

Anche i miei nonni materni, che erano italiani emigrati all’estero dopo il terremoto del 1950 che distrusse la loro casa, erano piuttosto cattolici, in particolare mia nonna che rispettava puntualmente il rito domenicale della messa. La situazione cominciò a “puzzare” pure a loro, che proprio in quel periodo decisero di ristrutturare la loro casa in Italia e viverci dei periodi, più o meno lunghi, per starmi accanto. Era una casa in campagna, i miei nonni erano figli di contadini, perciò divenne una specie di località vacanziera dove iniziai a trascorrere le vacanze estive durante la mia adolescenza.

C’è una foto della mia comunione, che mia madre tiene ancora incorniciata in bella vista a casa sua, una foto orrenda che ogni volta in cui l’adocchio mi schiaffeggia con quelle pessime reminiscenze del passato. Vestita di bianco e seduta languidamente su un prato, quello della piscina all’aperto dell’hotel, una specie di bambola di porcellana, di un pallido cadaverico e con due occhiaie nere che testimoniavano a dir poco esaustivamente il mio stato d’animo di allora. Tutti dicono che è bellissima, ma forse è solo gente che non sa guardare…

Comunque, trascorsi dei giorni sereni con mio padre nel mio mondo, e allorché vi entrò, fece scattare in me il desiderio di risolvere la situazione, aggirandola. Non potevo chiedere a mia madre di lasciare il bastardo per tornarsene all’estero, né potevo organizzare un incontro galeotto con altri uomini che potessero irretirla, perciò scelsi la soluzione più facile, malgrado ad oggi, mi renda conto che fosse riccamente utopica.

Eravamo sedute sul letto, nella camera che lei divideva con il mio patrigno (la 418…), e di getto le chiesi: «Perché non torni con papà?» Una cosa che non avevo mai fatto, mai, perché in fondo sapevo che avesse le sue ragioni, sebbene non conoscessi né fatti né dettagli, ma un bambino queste cose le sente, anche se vede la madre infelice, che litiga continuamente con il suo nuovo compagno e non può andarsene, dato che la sua famiglia abita a più di 1500 km di distanza.

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Quando litigavano, lei prendeva tutte le sue cose e si trasferiva in una stanza vicino alla mia, la 410, finché lui non si decideva a cambiare registro. Ma ciò non è mai accaduto, nonostante le promesse e le intenzioni, visto che ogni santa volta ricominciava tutto da capo. Il motivo principale era che Amilcare non intendeva divorziare dalla moglie, o meglio, costei non ne aveva affatto intenzione, sicuramente per usufruire dei beni del bastardo e della sua pensione, una volta deceduto.

Sono stata testimone di parecchie scene da film, la pomposa signora corpulenta che entrava tutta impettita nella hall e prendeva a sberle mia madre, le invocazioni di lei al mio patrigno per farla smettere, e lui che invece se ne stava lì come un ebete a guardare. Un uomo senza palle, senza dignità e sospetto che non avesse nemmeno cervello, se consideriamo che è morto all’età di ottant’anni senza più un briciolo di ragione, completamente usurpato dall’Alzheimer.

Ho pure il vago sospetto che lui la tradisse, per altre scene a cui ho assistito, non ne sono certa tuttavia l’animo infedele del tizio era conclamato, considerando lo sguardo ambiguo e talvolta subdolo che rivolgeva alle altre donne, in special modo quelle giovani. In hotel si affittavano le stanze agli studenti universitari che provenivano da località lontane, in quanto la facoltà di legge di quella città era piuttosto rinomata, per cui il posto brulicava di ventenni dall’aria smaliziata che di certo alimentavano le sue fantasie.

Di contro, questi stessi studenti divennero una valvola di sfogo per mia madre, che durante il suo turno alla reception, dalle 15 alle 20, orario in cui subentrava il portiere di notte, si dilettava spesso a giocare a carte con loro. A volte mi univo anche io ma non mi sentivo mai a mio agio. Infatti spesso li prendevo come capri espiatori, facendo scenate di gelosia a mia madre urlandole: «Preferisci stare con gli studenti piuttosto che con me!» Naturalmente la ragione era un’altra, ma dovevo pur prendermela con qualcuno, se la mia opera di dissuasione affinché piantasse Amilcare non avrebbe mai funzionato.

Allora me li feci amici, dopotutto recavano giovamento all’animo tormentato di mia madre, lei che soffriva di depressione e attacchi di panico, eppure la situazione fatalmente si ribaltò. Iniziai ad essere talmente emancipata per una ragazzina di dodici anni, nel frequentare solamente adulti, che divenni per lei il suo secondo “problema”.

Ma torniamo alla 418… In quel frangente mia madre non ebbe risposte da darmi, l’unica cosa che fece fu di andare dal mio patrigno e dirgli di smetterla di giocare pesantemente con me, di prendermi e strapazzarmi perché mi dava fastidio. Era questo che lei aveva compreso, dalle mie parole farfuglianti e se vogliamo discrete, decisamente metaforiche. Però il tutto fu centrato alla perfezione.

Da quel giorno non mi ha più toccata, il coniglio si è spaventato alla grande, e questo mi fa pensare che, in fondo in fondo, a modo suo la amasse. Oppure aveva paura di rischiare una denuncia coi controfiocchi, o perlopiù di rimanere solo, il furbo, d’altronde chi era la matta che se lo sarebbe incollato? Come si dice da queste parti…


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