L’Amore Violato – Cap. 2


Ci sono cose che è davvero difficile confessare, perfino in forma anonima. Sono viaggi nel passato e nel labirintico inconscio che portano a galla numerose sfaccettature sgradevoli, verità inconfessabili che non si vorrebbe ammettere, più di tutto a se stessi. Ferite che si riaprono e luci che accendono parti che vorremmo mantenere sempre buie. Più comodo e meno doloroso.

Molteplici sono state le analisi di quel fatto, durante gli anni sono ricomparse a farsi strada, da un istante all’altro, scatenate da qualche input particolare, pure banale come un film in Tv. La verità è che, la verità, in questi casi non esiste. Si entra nella psicologia umana ed anche quella infantile, due versanti a confronto che non trovano mai un punto di congiunzione.

Ammetto di averci pensato e ripensato, riflettuto parecchio, qualche anno fa intendevo anche sottopormi ad una terapia di ipnosi regressiva per ricordare ogni cosa, i dettagli, il perché… Ma poi ho demorso, un po’ perché sono pigra e di fondo non c’era più ragione di sapere, e un altro po’ perché talvolta è meglio non ricordare. Del resto, se i ricordi sono stati spinti così in profondità, significa che un valido motivo c’è.

Partiamo dal presupposto che al momento di ogni incarnazione vengono azzerate tutte le reminiscenze, sia per non essere d’intralcio alla nuova vita, generando confusione coi ricordi di quella precedente, sia perché bisogna far spazio a nuovi ricordi, nuove conoscenze ed insegnamenti derivanti dalle nuove esperienze. Ergo, c’è sempre un motivo se non ci è dato di ricordare, quindi passo e continuo a camminare.

C’è da dire, in ciascun caso, che quanto ricordo è più che abbastanza, mi è bastato specialmente per perdonare, altrimenti avrei fatto peggio di quello che ho effettivamente fatto, nei decenni successivi. Confesso che sono pochi gli anni che ho veramente perdonato, credevo di averlo fatto molto prima, verso i vent’anni quando partecipai ad un corso di leadership situazionale, un nome altisonante per indicare una terapia di gruppo. Intensissima perché furono cinque giorni di sfiancante full immersion, però sempre una terapia di gruppo è.

In pratica dovrebbero riscriverti il cervello, magari raddrizzarti qualche neurone, o comunque educarlo a pensare in positivo e anzitutto metabolizzare le esperienze in maniera costruttiva, senza in sostanza distruggerti la vita. Di questa esperienza ne parlerò in un altro capitolo, ora non vorrei dilungarmi sulla questione ed allontanarmi pertanto dal punto da centrare.

Insomma, dopo quella vacanza strizzacervelli parevo eterea, rinata, una specie di angelo. Dissi per la prima volta a mia madre che le volevo bene, quando invece non lo avevo mai fatto, in tutta la mia vita. Non che non gliene volessi, anzi gliene voglio molto, e attualmente è l’unico punto fermo della mia vita, ma sostanzialmente non sono il tipo smanceroso, men che meno ruffiano che sviolina a destra e a manca con i suoi tvb. Lo faccio certo, ma non in maniera gratuita, per me dev’essere sempre un momento importante e mai scaduto.

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In quella sede emerse il mio problema, se ne parlò parecchio in realtà, e si giunse alla conclusione che avrei dovuto perdonarlo. Facile a dirsi, un colpo di bacchetta magica e via, ma dopo l’entusiasmo iniziale sono riaffiorati i vecchi dissapori, il rancore e quel sottile desiderio di vendetta che mi aveva perseguitata per anni. Il lato positivo è che a quel punto ero già andata via di casa, avevo ventitré anni e tutta una vita davanti, perciò la questione è scivolata nel dimenticatoio, piano piano. Aiutava pure il fatto che non me lo trovavo più davanti, incrociandolo per casa o sentendolo urlare come una bestia dalla mia camera.

Ero adolescente quando lui vendette l’hotel e ci trasferimmo in una casa in centro. Una casa decisamente piccola per noi tre, e sinceramente rimpiangevo la mia 412, una prigione ma anche una liberazione, in quanto vivevo la pace ed ero padrona di me stessa, senza che nessuno mi infastidisse o mi stesse troppo tra i piedi. Non nego infatti che la condizione precedente aveva i suoi benefici, nessuna situazione è integralmente negativa.

La convivenza fu dura, a tal punto che a sedici anni presi a scappare di casa, o più precisamente a fare scappatelle notturne, prima con il mio Bravo e in seguito con la mia Fiat Uno, appena compii diciotto anni. Avevo già la patente, anzi, andavo a fare lezioni di guida con l’auto di mia madre, semplicemente munita di foglio rosa. Questo testimonia quanto fosse impellente il mio bisogno di indipendenza, di libertà, così pressante la voglia di fuggire.

Forse la mia vita è stata tutta una fuga, perlomeno per un abbondante trentennio, una fuga dal passato e dalle brutture vissute, è anche possibile che fuggissi da me stessa, benché di base fosse proprio quella che cercassi. Ma come fai a saperlo, a rendertene conto quando sei così giovane e ribelle, così angariata dal mondo che ti circonda? Se già nei primi anni della tua esistenza hai dovuto fare i conti con le problematiche degli adulti, attirata in una spirale che ti centrifuga neanche fossi un cetriolo.

Questo potrei avanzare come giustificazione, per una vita lanciata agli eccessi, ma bisogna essere onesti con se stessi. Tutto quello che ho fatto, in conclusione, l’ho fatto perché volevo farlo. Non voglio per forza mostrarmi come una brava persona, o se non altro migliore di quella che sono, riversando le colpe sugli altri senza accettare quella porzione di male che è insita in ciascun essere umano. Non siamo tutti buoni, non esistono santi, ma soltanto persone imperfette che talvolta cedono al lato oscuro che fa innegabilmente parte del genere umano. Di tutto, il genere umano.

Perciò, che l’uomo di mia madre mi abbia molestata, una cosiddetta serpe in seno poiché il mio maggior nemico era un componente della mia famiglia, un nido che dovrebbe essere sicuro e mai violato, può rappresentare un semplice fattore scatenante. Ad oggi, infatti, potrei pure ringraziarlo, perché se non fosse stato per lui non sarei stata spinta a “mangiare” la vita, e magari avrei continuato a vivere in una stanza, chiusa in me stessa e avvezza ad affrontare il mondo.

Non si può saperlo con certezza, ma in fin dei conti queste cose non dovrebbero mai accadere ai bambini, dato che vai a raccogliere un frutto acerbo facendolo marcire seduta stante. La sua strada sarà segnata e, vuoi o non vuoi, anche tu rimarrai segnato per sempre, pur essendo il più depravato dei depravati. Spingi in fondo per non ricordare, per non averlo chiaro nella tua coscienza e non subirne le conseguenze, però queste cose si pagano, ed anche a caro prezzo.


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