L’Amore Violato – Cap. 1


Sono nata all’estero e i miei genitori hanno divorziato quando avevo tre anni. Da qui tutto bene, se non fosse che mia madre, vittima della depressione e del pressante desiderio di cambiamento, si trasferì in Italia portandomi con sé. Avevo a malapena sei anni ed ero una bambolina bionda tutta timidezza e ritrosia.

Erano gli anni settanta e la scelta del luogo non fu delle migliori. Una cittadina provinciale di forse cinquantamila mila abitanti dove probabilmente la rivoluzione sessantottina non è mai arrivata. Questo per dire che la mentalità era praticamente medioevale, e magari ha preso un po’ a svegliarsi anche grazie a me, negli anni novanta, ma in primis per merito di altre persone trasgressive, peraltro di mia conoscenza, che avevano abbondantemente spianato la strada. Qualche gay e donna promiscua che ha fatto la differenza.

Se i miei nonni materni avessero saputo come si sarebbe evoluta la situazione, è indubbio che non glielo avrebbero mai permesso, ma mia madre era così convinta e testarda che non ci fu verso di impedirglielo. Impacchettò tutto, me compresa, e si avviò verso la terra del sole.

Ovviamente, queste decisioni non diventano talmente perentorie se non c’è lo zampino di un uomo. Il soggetto in questione, che aveva il doppio della sua età, le promise mari e monti e si accollò pure la marmocchia come ricompensa. Ricordo ancora il giorno in cui me lo presentò, non parlavo una cicca di Italiano ma la sua espressione mi diceva di tutto e di più.

Un ristorante di periferia, ricordo pure bene, eravamo sedute lì, io e mia madre ad aspettarlo, nella mia convinzione che fosse semplicemente una vacanza. Seriamente poteva esserlo (magari), perché abituata com’ero ai cieli grigi anche d’estate, il mio innocente intelletto non avrebbe mai potuto partorire una motivazione differente.

Se era primavera inoltrata o estate non mi sovviene, ma la precisione dell’inghippo fu comunque millimetrica, poiché da lì a poco avrei dovuto iniziare la scuola elementare, il primo giorno che neanche ricordo con tanto affetto. Ma questo era lo zucchero, perché se i problemi dei bambini, ai bambini sembrano giganti, i problemi degli adulti diventano quasi surreali, per lo stupore flashante con cui li osservano. Ed è quello che capitò a me, i primi anni mi sembrò di vivere in una soap opera finché non ho realizzato, alle scuole medie, che il bastardo andava tolto di mezzo.

Dovete sapere, che la piccola fu strappata da un ambiente amorevole e sano per essere rinchiusa in un collegio e, nel restante del tempo in una camera d’albergo. Mi domandano spesso come mai io ami tanto la solitudine, e francamente non ho più risposte da dare. Significherebbe raccontare una storia vecchia e ritrita, di come ho imparato a non avere una vita sociale, a non vivere una vita sociale. A bastare a me stessa senza aver bisogno della compagnia di nessuno.

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Vero è che la scuola e il collegio hanno fatto la loro parte, ma riuscii a costruirmi un mondo tutto mio, tra quelle pareti, dove trovai la mia dimensione e non diventai una bambina schizofrenica e sociopatica. Scrivevo, scrivevo tantissimo e ciò mi aiutava a canalizzare la frustrazione in qualcosa di costruttivo, anche ad analizzarmi in un certo senso, man mano che trascorrevano gli anni. Molte delle cose che ricordo, infatti, le devo a questo.

Una cosa però ricordo con tristezza, lo sfogo violento che riversavo sul mio gatto, lo trattavo malissimo e lo vessavo in continuazione, alla stregua di un comandante nazista e il poveretto un giorno è scappato, per non fare più ritorno. Non parliamo poi del mio criceto, che perì di crepacuore per i volteggi e le pirotecniche capriole che gli facevo fare lanciandolo in aria. Ora non farei mai del male ad un animale, solo il pensiero mi terrifica, ma all’epoca scaricavo uno stress emotivo troppo incombente per una bambina che non aveva compiuto neppure dieci anni.

Finalmente, sul finire delle scuole elementari fui graziata, se così si può dire, il collegio divenne un ricordo e la mia vita si stabilizzò definitivamente, in quella camera al quarto piano di cui ancora ricordo il numero: la 412. L’inverno era un loculo, mentre in primavera potevo usufruire della mia ora d’aria, nei giardini recintati che circondavano la struttura alberghiera.

D’estate, invece, mi rispedivano nel mio paese d’origine, a trascorrerla con i miei nonni e i miei parenti, qualche volta vidi anche mio padre, ma non ricordo un momento che sia stato davvero felice. Era un alcolista e trascorreva le notti nei pub, il giorno era pressoché inavvicinabile perché si piazzava sulla sua poltrona a vedere il football insieme al suo migliore amico: il whisky. Io ero una seccatura e lo si percepiva a distanza, perciò quando sono cresciuta ed ho potuto scegliere di restare in Italia durante l’estate, non sono più andata da lui e non l’ho visto per più di un decennio, prima che morisse.

Ciò non toglieva, ad ogni modo, che preferissi mille volte lui piuttosto che il compagno di mia madre. L’ha sedotta con le belle parole e allo stesso tempo l’ha ingannata, l’ha sfruttata e resa infelice per tutta la vita. Naturalmente non si può ferire chi non vuole essere ferito, le responsabilità sono sempre dinamiche e il tutto non è mai bianco o nero. Però il grigio fa schifo.

Questo è il primo cruciale esempio di rapporto tra uomo e donna che mi è stato mostrato, il primo esempio di famiglia che ho avuto. Allora non stupisce il fatto che mi sia sempre rifiutata di avere dei figli così da avere una famiglia tutta mia. E il matrimonio? Per quello beh, veramente ci ho provato ma, come voleva dimostrarsi è stato un flop. Gli uomini non sono tutti uguali però si somigliano parecchio…

Vi chiedereste il perché vivessi in una camera d’albergo. Perché il furbastro era proprietario di un hotel e lo trasformò in uno strumento da usare ad arte. Aveva persino una moglie da cui non ha mai divorziato e due figlie, ma questo lo seppi tempo dopo, quando ormai i giochi erano fatti.


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