L’Amore Sognato – Cap. 6


In tutto quel casino, naturalmente cominciai a dare di matto. Se parliamo di follie, una epica fu quella di lasciare la scuola, addirittura al quinto anno, l’ultimo, pochi mesi prima del diploma. Amedeo mi rimproverò, con la coscienza di un uomo adulto evidenziandomi l’irrazionalità del proposito, ed è probabile che insistei senza sentir ragioni, proprio perché avevo abbondantemente attirato la sua attenzione.

Oltretutto, per fare la cameriera, mi disse contrariato. Ma quel lavoro mi aveva salvata, benché svolto di rado nei fine settimana, in quanto abbandonavo con la mente la realtà scolastica dove le amicizie erano quel che erano, all’insegna degli scherni, delle brutture e pettegolezzi poco edificanti. Durante i miei servizi come cameriera respiravo aria pulita, potevo comunicare con gente che mi rispettava, mi trattava con educazione e riguardo, al contrario di come avveniva nella mia vita quotidiana, tra scuola e “amici” della sala giochi.

Era anche un buon momento per evadere dal pensiero asfissiante della mia situazione con Amedeo e la sua psicopatica fidanzata, poiché a scuola, durante le lezioni il mio pensiero era sempre fisso lì, non riuscivo a concentrarmi e in pratica facevo solo la presenza. Non occorre dire che i miei voti subirono una drastica flessione, e le mie ripetute assenze quando marinavo la scuola per andare al bar di Amedeo avevano ormai segnato la bocciatura.

In tutto ciò, il preside era costernato, sapendo del mio rendimento che di fatto era uno dei migliori dell’istituto. Rammento che telefonava in continuazione a mia madre per farmi ritornare a scuola, ma io mi ero ormai fissata, dritta su quella strada e non intendevo tornare indietro.

Mi misi a cercare lavoro ma non ebbi granché fortuna, gli extra non erano sufficienti per garantirmi uno stipendio e nei ristoranti il posso fisso da cameriere era riservato agli uomini, perciò ripiegai su un negozio di pasta fresca, che aveva appena aperto e il proprietario cercava apprendisti. Un vero negriero, ancor peggio del bellimbusto che mi aveva assunta per fare la stagione estiva, basti pensare che per dodici ore di lavoro ti pagava 15 mila lire al giorno, e in condizioni pietose, visto che al banco la temperatura era a misura di decenza, mentre nel laboratorio retrostante un freddo polare che mi stecchiva pure i capelli. Eravamo in pieno inverno e faceva più caldo fuori, e ciò è tutto dire.

Però, almeno sull’abbigliamento fui graziata, indossavo una cuffietta e una divisa tutta azzurra, davvero graziosa, e ricordo che Amedeo s’intenerì, un giorno che venne a trovarmi per sapere come andasse, se stavo bene od avevo bisogno di lui. Dallo sguardo fiero non feci trapelare la mia disapprovazione nei confronti dell’aguzzino, ma anzi colsi il lato positivo della sua venuta riservandogli un gran bel sorriso. Ci voleva ben altro per mettermi K.O.

Naturalmente resistei a malapena una decina di giorni, non tanto per la fatica e le condizioni inumane quanto piuttosto per orgoglio e dignità. Farmi sfruttare come se non avessi via d’uscita era degradante, anche perché avevo un cervello ben sviluppato e le occasioni di usarlo non mancavano, potevo benissimo trovare un lavoro di concetto dove sarei stata sicuramente più apprezzata.

Ma si sa, la solita solfa che se non possiedi un diploma nessuno ti si accolla, i soliti luoghi comuni diminuirono in me lo stimolo iniziale di adeguarmi a partire dal basso, anche senza un’insulsa cartaccia che attestasse la mia istruzione. Non che volessi partire dall’alto, una posizione volevo conquistarmela, ma di certo non facendo arricchire un pinco pallino qualsiasi attraverso lo sfruttamento della mia giovane ed inesperta età.

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Così riavvolsi il nastro, un raggio di lucidità mi pervase e il buonsenso mi indusse a ragionare sulle mie scelte, portandomi la consapevolezza che stavo facendo la stupida, e grandemente. Tornai a scuola per rivalutare il da farsi e il preside, tutto contento, mi accolse nel suo ufficio per discuterne.

Io non avevo ancora deciso, mi presentai con mia madre dopo l’ennesima telefonata dell’uomo, in cui aveva avanzato una proposta per agevolarmi. Il preside era infatti persuaso che il mio abbandono fosse dovuto alla classe che frequentavo, ipotizzando che fosse a causa dei professori con cui, in effetti, avevo avuto parecchi diverbi.

Li superavo spesso in arguzia e ciò li aveva resi estremamente sensibili alle mie argomentazioni, punendomi e sospendendomi con la mano facile, specialmente il professore di Chimica, per giunta vicepreside, che al quarto anno per vendetta mi aveva rimandato nella sua materia. L’astuto pelato mi aveva affibbiato un bel 4 altisonante per essere sicuro che tutti gli 8 in pagella non fossero d’intralcio consentendomi la grazia, e farmi così passare l’estate a studiare inutili formule con cui non mi ci sarei pulita nemmeno il sedere, una volta uscita da quella scuola.

L’unica che era dalla mia parte, e che tra l’altro era considerata dai miei compagni un’arpia, era la mia professoressa d’Italiano, ma non tanto per il mio caratterino bensì per il mio profitto, per l’amore che ho sempre avuto per la lingua italiana e non di meno per la scrittura. La donna leggeva con soddisfazione i miei temi, specie perché spaziavo mettendoci del mio, non erano semplici compiti inquadrati sulle nozioni e barbose rivisitazioni di cose già dette e stradette.

Tanto per dire, il tema sul Futurismo che scrissi durante l’esame di maturità risultò il migliore di tutti i diplomanti, e lo appesero in bacheca per diverso tempo, lasciandolo lì pure l’anno successivo anche se mi ero diplomata. Non si può immaginare l’orgoglio del preside, che tanto aveva insistito per farmi tornare ed aveva dato prova di essere un professionista ma prima di tutto una persona umana, facendo sempre e in ogni caso il bene dei ragazzi.

Insomma, per farla in breve mi propose di cambiare classe, nell’altra possibile poiché soltanto due erano miste, la C e la D, dove peraltro studiava la figlia. Io ero finita nella C perché si studiava la lingua francese e nella D la lingua inglese, e mia madre mi aveva consigliato, sin dalle medie, di imparare il Francese anche nella grammatica, dato che è la mia madrelingua. Trovai il consiglio sensato e lo seguii volentieri.

Comunque nessun problema, dato che le lingue si studiavano solo per i primi tre anni, e nei restanti due entravano nel programma le materie tecniche e più specifiche, secondo l’orientamento dell’istituto, quelle che francamente mi scendevano un po’ storte e tarpavano il mio desiderio di proseguire gli studi. Per fortuna la mente umana è flessibile e finisce per adattarsi, se pur controvoglia.

Ma l’aria di novità che mi si presentava risvegliò i miei stimoli, per cui accettai di buon grado la proposta del preside, mi spostai alla D e il fare nuove conoscenze mi facilitò il reinserimento, dato che dall’altra parte mi guardavano addirittura in cagnesco, per averli lasciati e dunque denigrati e rifiutati in fatto di amicizia. Ma me ne facevo un baffo, visto che dopotutto non mi avevano reso la vita facile, e comunque la mia decisione non li riguardava di un piffero, erano altre le ragioni e non mi sono mai presa la briga di renderlo noto, tant’è che nelle cene e raduni dopo-diploma non sono mai stata invitata, ma anzi trattata come un’appestata da evitare con cura. E lì, un altro baffo.


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