L’Amore Sognato – Cap. 1


La prima volta non si scorda mai, e nel mio caso vale certamente il doppio. Al ritorno dal mio viaggio improvvisato nel Sud Italia mi aspettava una bella sorpresa, un incontro che non avrei mai dimenticato e che avrebbe dato un’incisiva svolta alla mia esistenza.

Quando tornai a scuola per me tutto era cambiato, perché se inizialmente mi ero sentita diversa, mi sono sempre sentita diversa, in quel momento mi sentivo una specie di pecora nera. I miei compagni pensavano alle solite cose, cose elementari, a farsi flirt e a studiare, mentre io ero già in viaggio con la mia mente, verso il futuro, verso la vita vera.

Ciò compromise i miei studi, giacché l’esigenza di rituffarmi in quel mondo di cui avevo avuto un breve ma inebriante assaggio, mi distolse completamente dalla via. La scuola mi stava stretta, così come le attività scolastiche, e francamente non percepivo più il bisogno di continuare gli studi, dato che quanto mi avrebbero insegnato in quel genere d’istituto non mi sarebbe stato di alcuna utilità. Ormai lo sapevo.

Comunque durante i primi mesi questa consapevolezza restò assopita, seguitai meccanicamente ad assolvere i miei doveri accademici, pur non beneficiando di stimoli e vitalità. D’altronde la scuola era il mio dovere, l’unico, e non potevo esimermi. Però, se ci si infilava una sorpresa o un premio lo assolvevo molto più volentieri, e con i migliori risultati.

Una delle volte in cui eccelsi, infatti, fu quando io e mia madre stringemmo un patto. Ero ancora adolescente e bramavo con copioso fervore il motorino, la tampinavo assiduamente affinché me lo acquistasse ma lei, per farmi star buona, mi fece sistemare un vecchio Ciao rosa con cui non arrivavo neppure alla fine del viale dell’albergo. Era molto carino ma assai poco funzionale.

Non ci pensai al tempo ma è possibile che mia madre intendesse farmi far pratica, prima di mettermi su strada con un mezzo scattante, tant’è che mi mise a disposizione il tempo necessario, promettendomi che se a fine anno avessi riportato una pagella esemplare, per l’estate mi avrebbe regalato il mio tanto agognato motorino. Beh, non dico che riportai tutti 10 ma quasi.

Così scelsi un Bravo nero antracite, sempre della Piaggio, e divenne il mio inseparabile amico fino a che non presi la patente, a diciotto anni quasi appena compiuti. In realtà, il pretesto di quel lavoro stagionale era stato appunto questo, racimolare qualche soldo per potermi acquistare un’auto usata, ma ben poco rimase di quel gruzzolo. Furono i miei abituali angeli, i miei nonni italiani a corrermi in soccorso regalandomi una cifra sufficiente per acquistarla, una Fiat Uno color verde militare, devo dire piuttosto originale.

Fu una data storica, perché mi ricordo che durante il pranzo organizzato a casa nostra per ricevere questo fantastico regalo, al telegiornale stavano passando le immagini della caduta del muro di Berlino, in occasione della riunificazione ufficiale della Germania. Una coincidenza, tuttavia mi ha dato modo di ricordarlo esattamente.

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Quell’auto per me era un biglietto aperto per la libertà. Divenne una seconda casa e ci tenevo da morire, benché non fosse proprio una bellezza e non avesse neanche tanto stile. I soliti pecoroni me la prendevano in giro, un’altra banale scusa per darmi addosso, ma l’aria di estasiante indipendenza che respiravo mi consentiva di infischiarmene grandemente.

Era il mio orgoglio, a maggior ragione perché me l’ero guadagnata, anche se non pagata direttamente con i miei sudori, ma in fin dei conti è l’intenzione che conta. Avevo lavorato come una schiava durante l’estate, non ero stata lì a grattarmi la pancia insieme a loro, e dopotutto non era nemmeno la prima volta.

Un lavoretto lo avevo già fatto alle scuole medie, l’estate prima di cominciare le superiori, malgrado l’iniziale intento fosse quello di sfruttarmi, senza darmi una lira. Parlo ovviamente di Amilcare, il quale mi aveva affidato la direzione della piscina all’aperto dell’hotel, ma in pratica ero una semplice bigliettaia. A maggio la piscina riapriva i battenti fino a settembre, aperta ai clienti e al pubblico, ed era un luogo frequentatissimo dai giovani che, per diversi motivi, non potevano spostarsi o trasferirsi al mare per la villeggiatura.

Sorrido, rammentando che tutti erano in costume o comunque scarsamente vestiti, mentre io indossavo di continuo camicia e jeans, un caldo atroce in estate, ma in quel particolare periodo cercavo di sembrare poco femminile, di non far notare le mie forme, riducendomi ad un maschiaccio in ciascun senso. Qualcuno però mi notò, un tizio abbastanza più grande di me, visto che andava in giro in cabrio, e sempre con una ragazza differente.

Tuttavia il suo interesse nei miei confronti era di diversa natura, lui era uno di quelli che portavano vita in quel cimitero di città, un tizio assai chiacchierato ma che alla fine si è distinto per l’innovazione sociale e mentale che ha dato ai giovani. Conosceva molto bene Pamela, avevano circa la stessa età, ma mentre la trasgressione di Pamela era pura follia, così come la mia, la sua è stata costruttiva per se stesso e gli altri, quantunque regalasse in sostanza solo divertimento.

Il suo nome è Bartolomeo ed è diventato un colosso delle feste e dei locali notturni, se non altro nella nostra zona, costa compresa. Io lo avrei conosciuto anni più tardi, una decina forse, ma lì per lì m’incuriosì, nonostante io sia sempre stata immune al suo fascino. E lo aveva, aveva un fascino pazzesco, alto, moro, prestante e con i capelli lunghi, pareva un indiano, o meglio, un nativo americano. Infatti quasi mezza città pendeva dalle sue labbra, quella femminile ovviamente.

Lui invece era incuriosito da me per il grado di parentela con Pamela, sebbene non fossimo effettivamente sorelle. Pamela era una sorta di celebrità, insieme ai suoi due amici gay, tutti la conoscevano e tutti la volevano, datosi che tra l’altro era anche splendida. Occhi azzurri e capelli biondi, prosperosa al punto giusto, gli uomini cadevano come pere mature ai suoi piedi.

Anche la sorella, Alice, era notevolmente bella, però era più il tipo mediterraneo, lunghi capelli scuri e mossi e un visetto da bambola. Era dura starle accanto, il periodo che siamo cresciute insieme in hotel, sembravamo la bella e la bestia, e non vi dico chi era la bestia… Non nego di aver provato invidia, ma tanta, io la facevo sicuramente sfigurare, carina e giovale com’era, ed io brutta, antipatica e pure mentalmente storpia. Per fortuna, il bruco non resta mai bruco…


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