L’Amore Idealizzato – Cap. 9


Quando terminai la stagione estiva mi prese un desiderio incontrastabile di andare in Basilicata, da Giacomo. Erano i primi di settembre e la scuola sarebbe ricominciata dopo un paio di settimane, giusto il tempo per farmi un viaggetto ristoratore prima di rientrare in prigione.

Mia madre non poté sindacare, visto che lo avrei pagato con i soldi da me guadagnati e inoltre a giugno avevo compiuto diciotto anni, ero finalmente maggiorenne e libera di portare avanti le mie scelte. In verità, avrebbe potuto legittimamente opporsi, vivendo io ancora sotto il suo tetto, ma bizzarramente non fece obbiezioni. Non più di tanto.

E in quel caso faceva male, giacché, tra le altre cose, mi ritrovai alla stazione di Bari, in piena notte, attorniata da gente poco raccomandabile. Quello era un posto famigerato per la sua pericolosità, io lo ignoravo totalmente, tuttavia la fortuna mi fu amica. Non parliamo poi della traversata in treno, i vagoni pieni di extracomunitari ed io, giovane e carina come un fiorellino appena sbocciato, con una linea graziosamente assottigliata grazie alle fatiche del lavoro estivo, rischiai più volte l’assalto.

Ma mi andò bene, poiché durante il viaggio incontrai un ragazzo assai gentile, anche lui era diretto a Bari e ci facemmo compagnia a vicenda. Fu un flirt lampo, nato e morto in una notte, eppure mi ha lasciato un dolce ricordo, tuttora vivo. Glielo confessai di avere un altro, o meglio, che stavo raggiungendo un altro ragazzo, malgrado non stessimo effettivamente insieme, però di contro anche lui mi disse che pensava ad un’altra persona. Fu una cosa così innocente che la rammento con tanta tenerezza.

E comunque feci bene, a non trattenermi, a scambiarmi con lui qualche dolce effusione, dato che quando arrivai a destinazione il mondo mi crollò addosso. Una frase fatta ma dipinge a menadito come mi sentii.

Non avendo il suo numero di telefono, né il suo indirizzo, andai alla cieca, ma Irsina era un paesetto di media montagna con pochi abitanti, conoscevo il suo cognome perciò non sarebbe stato difficile rintracciarlo. Mi ricordo che da Bari presi una navetta così malandata e pittoresca, proprio come i paesaggi che vedevo sfrecciare dal finestrino, che più volte pensai di trovarmi dentro un film del dopoguerra, tipo quelli degli anni 50.

E seriamente quel paesello era rimasto agli anni 50, perché nell’istante in cui scesi dal pullman non ce ne fu alcuno che non mi guardasse come un’extraterrestre. Eppure ero vestita normalmente, pure ben composta, infatti sulle prime non mi spiegai tanta spigolosa curiosità nei miei confronti.

Chiesi un po’ in giro e finalmente alcuni ragazzi seppero rispondermi, o vollero rispondermi, tuttavia mi comunicarono che Giacomo non era in paese, ma che sarebbe tornato l’indomani. Pensa che ti pensa, cosa faccio adesso? Uno di loro, che si dichiarò mezzo parente di Giacomo, si offrì di ospitarmi nel suo locale, dove avrebbe allestito una brandina per trascorrere la notte.

Quando però fu il momento di andare a dormire si presentò con un altro ragazzo, offrendosi di stare lì con me per farmi stare al sicuro. Io non sapevo se accettare, la cosa non odorava di buono, ma alla resa dei conti ero dentro casa sua e dovevo mostrargli almeno un pizzico di gratitudine, e di fiducia.

Insomma, per farla in breve, tra una parola e l’altra tentarono di fare i marpioni, ma senza essere prepotenti o aggressivi. Si limitarono a fare i cascamorti, finché il parente di Giacomo, assodando che non c’era verso di circuirmi, fu assalito dal ragionevole dubbio e di getto mi chiese: «Ma tu, con Giacomo ci hai fatto l’amore?»

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Io cadevo dalle nuvole, su due piedi non raccolsi, ma poi capii. Giacomo aveva parlato di me, una volta rientrato ad Irsina, e a quanto pareva non elegantemente. Aveva tessuto le lodi delle mie arti amatorie, così generosamente che, appena approdata in loco, era subito salita l’acquolina in bocca agli spettatori informati. Ma dopotutto non me la presi con loro, erano dei bravi ragazzi, lo erano sul serio eleganti, dei signori, l’unica colpa era forse quella di essere un po’ provinciali e creduloni, ma non è neanche una colpa.

Così, gli spiattellai che c’era stato a malapena un bacio, prima che Giacomo partisse, cosa che avrei fatto ben presto anch’io, ma non prima d’incontrarlo e chiedergli una spiegazione, o casomai dirgliene quattro. Ma, il coniglio, quando riuscimmo a trovarlo per il corso del paesello fece finta di non vedermi, convinto che me ne fossi andata il giorno precedente, dopo aver saputo della sua finta partenza. Sì, perché il doppio coniglio, mi aveva vista scendere dal pullman e, dopo aver istruito i suoi amichetti si era barricato in casa.

Seriamente da film… io che mi ero sciroppata tutti quei chilometri per vederlo e lui, anziché venirmi incontro contento della visita, se non altro come amici visto che non gli avrei chiesto sicuramente di più, se non fosse stato disposto, si è comportato come un cafone codardo che non ricordavo affatto di aver conosciuto.

Da ultimo, dietro i miei richiami insistenti fu costretto a notarmi e si fece avanti con aria indifferente, come se la mia visita fosse una cosa normale, come se fossi una del posto, e mostrò l’intenzione di piantarmi seduta stante, avendo altro da fare. L’ospitalità non era proprio il suo forte.

Io ero sbigottita, ma almeno mi trovò una stanza nell’hotel in cui lavorava, l’unico albergo del paese. Non ti dico la mattina, si presentò all’alba sbattendo i pugni sulla porta affinché mi alzassi e, in pratica, mi togliessi dai piedi. Probabilmente le urla del mio nome si sentirono fino a Matera.

Io invece me la presi con comodo, ero sveglia, come non esserlo con quel baccano, ma finsi di essere ancora addormentata. Sai, la stanchezza… Un povero idiota che in definitiva meritava una piccola vendetta. La furia di sbattermi fuori dall’hotel e dal suo paese era a dir poco sospetta, nascondeva di certo qualcosa, e quel qualcosa era una fidanzata davanti alla quale lo avevo riccamente sputtanato con la mia venuta.

D’altronde, chi era quella pazza che lo avrebbe seguito per un semplice bacio? Ecco perché tutti erano comunque convinti, a prescindere dai coloriti racconti di Giacomo, che io avessi fatto sesso con lui, perché in caso contrario non si spiegava la mia ostinata presenza. Di certo il copioso dubbio s’insinuò anche nella ragazza, sempre che lei non fosse un’ingenua. Ma lì, l’unica ingenua ero io.

Come al solito mi ero lasciata trasportare dalle illusioni, idealizzando i momenti e i gesti. Quante bugie ci sono dietro ad un paio di occhi che ti seducono con eccessivo trasporto, quanta falsità nelle parole troppo ben messe. E il sogno della favola diventava sempre più lontano.

Alla fine tolsi le tende, ma a testa alta perché mi pagai pure la stanza, benché avessero cercato di impedirmelo sostenendo che se ne sarebbe occupato Giacomo. Ma non volevo nulla da quel poveraccio, da quel vuoto che occupava la sua anima, cosicché risalii sul pullman e me ne andai in Calabria, dalle mie due madrine di Cresima. Mi feci qualche giorno di mare bellissimo, in una casa sulla spiaggia, peccato però che al posto della sabbia c’erano le pietre…


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