L’Amore Idealizzato – Cap. 6


Dopo il fattaccio, che divenne pure di dominio pubblico nella mia scuola, la preoccupazione che più mi assaliva era un’altra. Che cosa c’era tra noi? Che valore aveva avuto quel bacio, mi aveva usata per divertirsi un momento oppure Gioele desiderava stare seriamente con me? Aveva dato retta alle voci sul mio conto o, per miracolo, non le aveva sentite oppure ancora meglio se ne faceva un baffo?

D’altronde, dopo quella sera non lo avevo più incontrato, era andato via senza salutarmi (giustamente) e non avevamo avuto il tempo di scambiarci il numero di telefono o quantomeno fissare un nuovo incontro. Non esistevano i cellulari, e le telefonate venivano filtrate dai genitori, nel mio caso doppiamente, perché prima passavano al vaglio del portiere e poi di mia madre. Quindi non sapevo neanche se lui avesse tentato di contattarmi.

Manifestai questi frullanti interrogativi a Belinda, una delle quattro del mio clan, e in contemporanea le cercai le risposte, in maniera da essere consapevole e non fare la figura della ragazzina alle prime armi. Lei mi disse che, di norma, quando ci si baciava ci si metteva automaticamente insieme. A quell’età eravamo saliti di livello, la classica domanda ti vuoi mettere con me? non era più di uso.

Però c’inventammo un trucchetto, giusto per essere sicure, lo preparammo così bene per non sembrare sciocche eppure finimmo per semplificare nel giro di un secondo. Belinda avrebbe dovuto girarci intorno, mentre io facevo scena muta, fino a fargli confessare il suo pensiero in merito ma, appena ci incontrammo lei di getto lo interrogò: «Ma allora state insieme?»

Io diventai rossa quanto il mio cappello, però fortunatamente Gioele non lo notò, impegnato com’era a farsi prendere dalla sorpresa per quella domanda a bruciapelo, senza peraltro che fossero affari di quella ragazza che, pur essendomi amica, per lui era una sconosciuta. In verità, Belinda mi aveva dato man forte anche per invitarlo alla festa, io fui totalmente passiva, ed è probabile che, per questo, lui la squadrò come per chiederle se non fosse, sotto sotto, interessata a lui.

Tuttavia non diede troppo peso alla questione, ma anzi pronunciò un sorridente, pur alquanto interdetto. La postura seria di Belinda lo aveva piuttosto spiazzato.

Su come sia poi finita non posso raccontare i dettagli perché non mi sovviene alcunché, però ricordo che lo rincontrai molti anni dopo, mentre facevo uno stage presso una grossa azienda di editoria, nella zona industriale della città, per prendere la specializzazione di grafico pubblicitario. Gioele era nipote di un noto artista locale e probabilmente ne aveva ereditato la vena creativa, benché si fosse messo a fare semplicemente il tecnico di stampa.

Era sempre bellissimo, ancor più affascinante nella sua maturità e consapevolezza, quei suoi ventisette anni che lo rendevano perfettamente un uomo. Io invece ero quasi fiorita, appena diventata quella farfalla aggraziata che tanto avevo desiderato di essere, ma non ero cambiata di una virgola nei suoi confronti, sempre con la posa timida e ritrosa, poche parole enunciate, forse perché ancora mi inibiva, troppo migliore di me… eppure fu lui a venirmi incontro, nitidamente disposto a riallacciare i rapporti. Un’occasione persa, poiché una volta terminato lo stage, non l’ho mai più rivisto.

L’uomo ideale, un amore talmente idealizzato che non poté assolutamente fondersi con la realtà. Probabilmente è stata tale la ragione per cui l’ho lasciato andare, non ho raccolto la sua intenzione di frequentarci di nuovo. Quei sentimenti adolescenziali erano ormai svaniti, facevano parte di un ideale che non doveva essere sporcato né tanto meno intaccato dalla nuova realtà che vivevo, dalla nuova me.

Ero profondamente cambiata, avevo anche acuito la mia complessità, avendoci aggiunto l’uso di alcol e droghe. Lui al contrario era rimasto il bravo ragazzo di sempre, lo si percepiva a distanza, sebbene dal suo sguardo trasparisse una vena malinconica, insoddisfatta. Magari anche lui non si sentiva completo, rimpiangeva le occasioni che non aveva colto, non si sentiva pieno come solo l’amore può renderti.

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Durante l’unica conversazione che si verificò tra noi, nell’immenso piazzale della ditta, mi manifestò apertamente la sua frustrazione nei confronti della vita, non soltanto personalmente ma anche a livello sociale, per le iniquità e le ingiustizie che la governano. Io stetti a sentire pressoché in silenzio, annuendo di tanto in tanto dato che mi trovavo d’accordo, anche se la mia voglia di fuggire mi rendeva visibilmente inquieta.

Infatti, il primo giorno del mio stage, dopo averlo intravisto tra i tecnici del laboratorio lo avevo salutato semplicemente, tirando dritto per non farmi sopprimere dall’imbarazzo. Non volevo parlarci, avevo paura del confronto, a tal punto che al termine del mio turno me la svignai di soppiatto, dall’uscita di sicurezza della sala computer.

Destino volle, che anche lui terminasse il suo turno a quell’ora, e nel momento in cui mi adocchiò mi seguì tranquillamente. Era mattina inoltrata, un sole galeotto lo illuminava come un faro nella notte ed io, di spalle al traditore, magnetizzata da quella vista non potei compiere un singolo passo per slegarmi.

Lui ovviamente se ne accorse, tant’è che di colpo affrettò il saluto e non mi ha mai più fermata, non mi ha mai più seguita. Chissà, forse lui lo ricorda come sia finita tra noi, e ne ha riassaggiato il sapore amaro vedendomi a quel modo. Un’amarezza che vidi nei suoi occhi quando mi disse addio, silenziosamente.

Lì capii che mi aveva amata davvero, superiore ai pettegolezzi, a ciò che all’epoca si diceva di me, mi aveva sempre apprezzata e stimata, e purtroppo lo capii troppo tardi, quando ormai lo ero diventata sul serio, una facile che se la spassava senza remore né freni di sorta. Mi pare di aver sentito un detto, una volta, che in sostanza esprime questo concetto: se tutti dicono la stessa cosa di te, tutti pensano che sei in un determinato modo, alla fine ci diventerai veramente.

Comunque, quello che feci dopo di lui invece lo rammento, un gran casino. Diventai irrequieta e cominciai a cercare ansiosamente il mio principe, seguendo inconsapevolmente l’ideale che mi aveva lasciato Gioele: diventò una missione, che alla fine si trasformò in un’ossessione. In ogni ragazzo che incontravo estrapolavo le qualità fisiche e morali e le mettevo a confronto con i difetti, redigendo perfino una lista di coloro che risultavano migliori. La lista dei vincenti.

Andavo avanti e indietro come un gambero, una volta elencate le scelte mi informavo con sotterfugi vari se qualcuno di loro fosse interessato a me, se in pratica gli piacevo. Talvolta erano due, altre volte tre o anche quattro, e man mano che ricevevo pietose conferme li spuntavo dalla lista, con un nodo in gola ritrovato.

Naturalmente non rimase nessuno, ma se ero convinta che dipendesse dal fatto di non piacere a nessuno, ciò era invece dovuto al mio sistema analitico e freddo di scelta, che mi privava totalmente della mia naturalezza. Cosicché i diretti interessati si sentivano come dei cavalli da corsa e non erano poi così idioti da non accorgersene. Dopotutto avevo scelto i migliori, e i migliori avevano ovviamente anche cervello.

Però la delusione in me cresceva, mi sentivo incessantemente rifiutata e, giustamente, ritornai al mio primo amore: il cibo. E la bilancia riprese il volo.


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