L’Amore Idealizzato – Cap. 5


La comunicazione con Gioele non era granché, ma mentre lui era molto sicuro di sé, a tal punto da non aver bisogno di sprecare parole, io ero talmente timida e chiusa che di rado riuscivo a spiccicare una frase di senso compiuto, o più che altro intelligente. A lui però non pesava, era eccezionalmente tranquillo, mi raccontava e mi parlava di sé, con una pace, una serenità così coinvolgenti che io sarei stata lì delle ore ad ascoltarlo, senza bisogno di fare dell’altro.

Malgrado ciò, sono stata io la prima ad allontanarmi, a condurci al termine di quel fiorito sentiero. Ma credo che quella volta non dipese tanto dal fatto che sentissi di meritare esclusivamente pessimi elementi, quanto piuttosto che, una volta che mi avesse conosciuta per quella che realmente fossi, lui avrebbe cessato di ritenermi interessante.

Il mio segreto, involontario, che lo legava a me era il mistero che traspariva dal mio atteggiamento, il non sapere nulla di me, insomma che io fossi una persona tutta da scoprire. Poco appariscente ed esibizionista, dunque con una profonda personalità, semplice e sicura di se stessa, che non avesse alcuna necessità di ostentare. Questo ai ragazzi piace, la semplicità e le poche pretese, l’essenziale.

Se mi fossi sciolta, se avessi iniziato a parlare di me, o anche puramente a parlare, mostrato quanto fossi complessa e disturbata, ero certa che lui avrebbe perso interesse. In sostanza mi sentivo poco interessante, e magari lasciandolo per prima, senza attendere che lo attuasse lui, avrei evitato una traumatica delusione, la quale mi avrebbe chiusa definitivamente e senza più ritorno al mondo maschile.

Ciò detto, mi sentivo comunque una vera principessa, soprattutto quando lui mi riaccompagnava a casa, fino alla mia alta torre d’avorio, lontana dalla vita normale che tutti conducevano. Il lungo ponte che separava la fontana della piazza principale dall’hotel, sembrava seriamente un antico ponte levatoio, da dove non sarei potuta fuggire, una volta che si fossero alzate le barriere che tagliavano fuori il mondo esterno.

Probabilmente fu la medesima sensazione che ebbe Gioele quando ne fuggì, nel momento in cui mia madre ci corse incontro imbufalita, a causa delle nostre scioccanti effusioni durante quella festa. Fulmini e saette sparati a destra e a manca, ci raggiunse alla poltrona per afferrarmi ad un braccio e trascinarmi di peso nell’office.

Gioele mi confidò che in quel frangente si era sentito alquanto minacciato, viste le urla sconsiderate di quella donna che pareva avesse sorpreso sua figlia a fare sesso selvaggio davanti a tutti. Un po’ in forse, decisamente intimidito, aveva richiesto ad un paio di ragazzi di accompagnarlo, o meglio, scortarlo all’uscita. Uno a destra ed uno a sinistra, inscenando con i gesti la situazione, me la raccontò ridendo divertito. Fu veramente dolcissimo.

Quello che accadde a me, invece, è stato di vedere una furia che spuntava da una luce abbagliante che in quell’istante pareva la bocca dell’inferno, le luci della hall erano accese, al contrario della sala, e rimasi pressoché ipnotizzata ad osservare quel passo rabbioso, svampita com’ero da quel magico incontro. Di colpo la musica si stoppò, un silenzio tombale e tutte le luci furono accese, mentre io m’incespicavo correndo per stare al passo con quella belva che sbraitava come un’indemoniata.

Una volta dentro, lei cominciò a consumare il pavimento, andando avanti e indietro inconsultamente. Io ero immobile, una specie di statua senza alcun soffio vitale, un po’ di qua e un po’ di là, tra sogno e realtà.

Forse anche quell’inconveniente spezzò la magia, io che volevo sempre tutto perfetto, senza neanche una sbavatura, e all’opposto fu stroncata sul nascere. Comunque alla fine mia madre non non fece nulla, seguitò per una buona mezz’ora a farfugliare frasi sconnesse e poi mi lasciò andare. Non mi meritai neppure la prigione, il soldatino non fu sbattuto in cella di isolamento ma anzi il giorno successivo tornò tutto regolare, all’incirca.

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Questo lo devo a quei famosi studenti, che la indussero a ragionare e che, in aggiunta, le fecero notare che dare il primo bacio a quattordici anni era ammirevole, visto che di solito i ragazzini dell’epoca iniziavano molto tempo prima, e non si fermavano di certo al bacio. Una luce dirompente aveva spazzato via il buio.

Devo riconoscerlo, questi ragazzi mi hanno salvata ed aiutata in parecchie occasioni, come una sorta di angeli custodi, ed io che invece talvolta li denigravo, diventavo dispettosa e irriverente. Ma come ho precisato la mia era una pura questione di gelosia, dato che mia madre trascorreva il suo tempo con loro anziché con me.

Il motivo più recondito era certamente un altro, ho detto anche questo, ma la mente in qualche modo deve reagire, prendersela apertamente con qualcheduno altrimenti incassa e non spende, accumula e fa il botto. Tecnicamente.

Peraltro, nelle prime festicciole che organizzavo in hotel, alle scuole medie, di compleanno o per Carnevale, loro erano sempre stati presenti. Animavano le mie feste con scherzi e giochi, piccole penitenze per i perdenti, come costringere un ragazzino di tredici anni a radersi, senza che però avesse un singolo pelo sul volto. L’inventiva non mancava, anche se riproponevano pure il classico e forse banale gioco della scopa, pur tuttavia arricchendolo di nuove e stimolanti varianti.

E devo dire che erano loro, ad essere ammirevoli, poiché mettersi a vent’anni a giocare con dei ragazzini, divertendosi oltretutto, non è cosa da tutti. Potevano uscire, far baldoria per conto loro a Carnevale, eppure erano lì, con me, e non li dimenticherò mai. Non dimenticherò quello che hanno fatto per me.

Due ragazze, in particolare, sono diventate mie madrine alla Cresima. Un evento però da dimenticare, così come la mia Comunione, ma quella era da sotterrare per un altro motivo ancora più grave.

Quando mio padre venne infatti, si accollò ventiquattr’ore di treno per assistere alla mia Comunione, il prete non voleva farlo entrare in chiesa, anche a mia madre fu proibito, dato che erano persone divorziate e il divorzio è, per la Chiesa, un peccato. Per la Chiesa, non per Dio.

Insomma, mia madre scatenò un putiferio senza pari e il sacerdote si piegò, anche dietro ad una bella mazzetta con le spoglie di una pia offerta spontanea. Stesso discorso alla Cresima, il tizio non era il medesimo perché ci eravamo trasferiti e dunque toccava una parrocchia differente, tuttavia ci provò blandamente, anche lui. Ma di fondo era una brava persona, e addirittura mi cresimò con solo due mesi di catechismo.

Mi andò di lusso, benché non avessi mai avuto l’intenzione di prendere quel sacramento, proprio per l’ostilità, l’arroganza e il comportamento vergognoso di certi sacerdoti, che si era fatto da me conoscere in occasione della mia prima Comunione. Ma sai, con quel concetto che non puoi sposarti in chiesa se non hai fatto la Cresima, sono cose che si pensano, quando si è giovani, la mente non è personalmente formata e di conseguenza si seguono ancora gli usi e i costumi, le regole sociali.

Ora come ora non mi sposerei mai in chiesa, infatti a trentuno anni mi sono sposata in comune, ma non perché i parroci seguitano a richiedere tangenti e a sindacare senza diritto sulla tua vita. La ragione è che sono diventata un’anti-cattolica convinta, non credo più nelle istituzioni religiose, anche per come manipolano subdolamente le persone semplici, terrorizzandole con la paura dell’inferno pur di ricavarne benefici e denaro. L’inferno non è sottoterra, è sulla Terra. Sono gli uomini ad averlo creato.


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