L’Amore Idealizzato – Cap. 4


Gioele non frequentava la mia stessa scuola, il nostro incontro infatti fu del tutto casuale, chissà il destino… e appena lo vidi mi rapì. Fisicamente somigliava in tutto ad un cantante inglese di cui ero pazza, Nick Kamen, solo un po’ più basso ma per altri aspetti era sorprendentemente identico.

Capelli neri, carnagione ed occhi scuri, lineamenti perfetti, faceva girare la testa per quanto era bello. Il mio tipo d’uomo, scuro e tenebroso, forse perché in contrasto con la mia parvenza alquanto angelica, essendo bionda con gli occhi azzurri. Azzurri per semplificare, dato che sono bicolori: il verde circonda l’iride e si sfuma con l’azzurro che riempie gran parte dell’occhio.

Non che fossi un angelo, anzi, come ho già precisato ero un brutto anatroccolo, una specie di bruco intristito, e di angelico mi era rimasta l’illibatezza, dato che per il resto mi ero trasformata in un diavoletto. A quell’età ancora non mi svegliavo, ero in fase transitoria ma i primi sintomi della folle ribellione cominciavano a scalpitare.

Il pomeriggio, mi era concesso di uscire per una passeggiata lungo il corso principale della città, sempre dopo aver finito i compiti. Di norma, mi davo appuntamento con una o due delle quattro ragazze con cui facevamo gruppo in classe, visto che la quarta abitava ad una decina di chilometri ed aveva il suo giro di amicizie, era fidanzata da tempo e dunque usciva con il suo ragazzo.

Rammento la curiosità quando ci confidò di aver fatto per la prima volta l’amore con lui, la tempestammo di domande ma la sua posa imperturbabile e il suo intendere che il sesso non fosse granché, mi lasciarono una certa delusione impressa. Io che sognavo il grande amore, la sua perfezione completata nell’unione, ed invece la fece scadere ad una cosa banale. Eppure lo amava, a detta di lei, ma probabilmente la prima esperienza, un po’ di goffaggine ed imbarazzo avevano di gran lunga guastato il momento.

A quel tempo, alimentò però in me il netto rifiuto di fare sesso con il primo ragazzo con cui mi fossi trovata bene, neppure se fosse stato il mio principe. C’è anche da considerare che mi vedevo brutta e grassa, di conseguenza mi vergognavo come una ladra, al solo pensiero di spogliarmi. E pensare che durante il matrimonio facevo sesso con mio marito e pesavo più di novanta chili, come cambiano le prospettive da adulti…

In quel periodo pesavo sui sessantacinque chili ma per me era un’abnormità, mi sentivo come una balena, sgraziata e indubbiamente poco attraente. L’ebbrezza di esserlo l’ho avuta diversi anni dopo, arrivando a pesare cinquanta chili, il mio peso ideale, tuttavia la mia trasformazione in farfalla mi ha devoluto una chiave d’oro scintillante per aprire le porte alla perdizione… sessualmente parlando.

Ammettendo che di sesso non volevo nemmeno sentir parlare, non fino ai diciotto anni o su di lì, i sogni dell’unione perfetta, fisica, seguitavano comunque a popolare le mie fantasie. Con Gioele ci davamo solo baci appassionati, qualche carezza intensa ma mai ci siamo spostati verso le parti sensibili. A dir la verità è stato lui a non spostarsi oltre, senza parole né con i gesti.

Ci incontravamo per il corso, di fronte ad una pizzeria che era una specie di ritrovo per i ragazzi della nostra età, e poi, mano nella mano passeggiavamo fino a raggiungere il viale alberato che terminava con un parco giochi, da noi giovani chiamato il minigolf. Ci sedevamo su una panchina e rompevamo il ghiaccio con qualche frase di circostanza. Com’eravamo teneri.

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I primi approcci erano sempre un poco imbarazzanti, anche goffi se vogliamo, perlomeno da parte mia, ma con lui mi trovavo bene, mi stregava, infatti gli consentivo di toccarmi fino al seno, senza nessuna vergogna. Ma sopra i vestiti, addirittura sopra il cappotto, fortunatamente la stagione era quella invernale così potevo assicurarmi la mia corazza senza avanzare scuse banali. Lo ricordo ancora, era un cappotto jeans con il cappuccio, e solitamente indossavo un cappello rosso alla Michael Jackson: la moda kitsch degli anni ottanta.

Il primo bacio invece fu traumatico, senza contare la scena da film in cui mia madre ci sorprese avvinghiati su un divano dell’hotel. Non fui molto furba in effetti, ma ero alla mia prima esperienza ed era come se fossi ubriaca, pur non avendo bevuto assolutamente nulla. Ero ancora astemia, il mio primo drink lo avrò bevuto a sedici o diciassette anni, se la memoria non mi inganna.

Abitavo ancora in albergo, ci saremmo trasferiti l’anno dopo, ero in prima superiore ed io con le ragazze organizzammo una festa nella sala Tv, con tanto di stereo, musica e banchetti vari, tra bibite gassate e salatini. Ovviamente senza alcolici, sebbene a quel tempo non esistesse il divieto di bere ai minori, così come non esisteva il divieto di fumare, ma dopotutto si trattava di una festa organizzata in “casa” e non pareva proprio il caso.

Tuttavia l’atmosfera era veramente da paura, luci e penombre come in una discoteca seria, tipo quelle feste che resero famoso il film “Il tempo delle mele” (per chi l’ha visto). L’hotel era fornito di una discoteca vera e propria, che all’epoca faceva faville e si trovava al settimo piano, tuttavia non mi fu concesso di usufruirne, forse perché dotata di troppi angoli bui… Comunque ce li ricavammo lo stesso, e fu uno di quegli angoli dove mia madre mi fece tana.

Usavamo le musicassette, che io stessa avevo registrato, e tra un pezzo dance e l’altro ci avevo infilato qualche lento, così come si confaceva ai tempi in cui ero adolescente, i lenti andavano per la maggiore e non potevano mai mancare. Fu durante uno di quei lenti che, ballando stretti, io e Gioele ci demmo il primo bacio. A dir poco drammatico.

In seguito ci presi la mano, naturalmente, ma il primo fu una scoperta che francamente preferivo non aver mai fatto. Le lingue che giravano e si rincorrevano senza sincronia, scivolavano fuori dalla bocca arrotolandosi inconsulte, la saliva che colava dagli angoli… che orrore.

Magari ero io la storta, denigrando a priori ciascun contatto fisico che ricordasse vagamente il sesso, chiusa come una saracinesca a doppia serratura, e rammento che mi parve un passo obbligato, imposto, se avessi voluto tenermi quel pezzo di meraviglia. Se non lo avessi baciato, insistendo con i miei casti bacetti a stampo, di sicuro mi avrebbe dapprima guardata come un’aliena, e dipoi mi avrebbe piantata senza troppi fiocchetti da corredo.

Il bacio per me, adesso, è un’opera d’arte. La parte più importante dell’intimità fra due persone. Se il bacio non funziona, allora non funzionerà neanche il rapporto, così come il sesso.

Ed è forse per questo che tra noi non ha funzionato, all’epoca non ci avevo pensato, nella mia integrale inesperienza, mentre invece rappresentava la prima avvisaglia che tra noi non ci fosse feeling: la nostra storia è morta così, sfumandosi, senza che noi ce ne accorgessimo. Infatti non ricordo il momento esatto in cui è finita, quando ci siamo ufficialmente lasciati, però mi ricordo di avergli scritto una lettera, qualche anno dopo, magari per spiegargli, per recuperare grazie al senno di poi, ma credo di non avergliela mai spedita…


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