L’Amore Idealizzato – Cap. 3


Il mio primo fidanzatino lo ebbi a tredici anni e tra noi ci fu puramente qualche carezza e bacio sfiorato, questo per zittire la cara Mafalda che me ne disse di cotte e di crude. Ma durò qualche giorno, Damiano era ancora preso da una sua ex e tutto finì in fumo, sogni compresi. Era bellissimo, per me un sogno, però evidentemente non era alla mia portata.

Forse è rimasto un sogno proprio perché istantaneo, non è detto infatti che per me la storia sarebbe continuata, visti i trascorsi e i miei chiodi mentali. A ragion veduta, perché finii per fidanzarmi con l’essere più grezzo e volgare della scuola, il quale mi offendeva lanciandomi missili in continuazione e mi parlava assiduamente male. Però, me lo diceva in faccia.

Giacomo era un autentico contadino, intendo di personalità, lungi da me il portare denigrazione alla categoria dei braccianti, dopotutto i miei avi erano dei contadini e ne vado fiera. Non sapeva parlare Italiano, si esprimeva in dialetto e con una terminologia letteralmente popolare, un cafone in piena regola, eppure quando intravide in me un barlume di interesse si trasformò in un agnellino. Non fu mai prepotente, non pretese alcunché dopo che accettai verbalmente di mettermi con lui, infatti non ci siamo neanche mai scambiati un bacio vero, solo bacetti a stampo e nulla di più.

All’epoca, durante le scuole medie si giocava a fare i fidanzati, come gli adulti, e in genere le coppie si formavano formalmente con i bigliettini: Ti vuoi mettere con me? E, sotto la proposta, si disegnavano due quadratini da spuntare, con o no. Una cosa così tenera, e ricordo che non c’è stata una volta in cui ho spuntato un quadratino.

Infilavo sempre la terza opzione, non lo so, perché a parte la mia spropositata timidezza, però dicendo no con una X, in maniera così fredda e impersonale mi pareva un insulto o se non altro una ferita inflitta. Uno dei miei grandi difetti, poiché tante cose che ho fatto, tanti no che non ho detto, anziché preservare la sensibilità altrui mi hanno riservato un posto sempre più in basso in fondo al pozzo. Le ho pagate sempre io le conseguenze amare.

Esiste tuttavia una contrapposizione in merito, perché se da un lato finivo per accompagnarmi con le persone peggiori, in pratica alla mia portata, nella mia mente continuava a sostare imperterrito l’ideale dell’amore romantico per eccellenza, il principe azzurro con gli annessi e connessi. Idealizzavo l’amore a oltranza, sognavo la perfezione, il ragazzo bello, dolce, sensibile e affettuoso, eppure quando lo trovavo non tornavano mai i conti.

Il primo vero bacio lo diedi a quattordici anni, ad un altro ragazzo che era veramente un sogno, ed ancora oggi mi chiedo come avesse potuto scegliere me, il brutto anatroccolo nell’inossidabile compagnia di quattro ragazze che avevamo formato alle scuole superiori. Erano tutte bellissime, ognuna con un suo fascino particolare, mentre io ero bassa, tozza e pure con una marea di turbe psichiche. Mettiamoci pure le voci infamanti che circolavano su di me, quindi doppiamente stupefacente.

Ed è così, che quando trovavo il meglio me lo lasciavo sfuggire tra le dita come un pugno di sale. Gioele era magnifico, quasi divino, altro che quel contadino di Giacomo, anche se alla fine quest’ultimo rivelò di avere i suoi lati positivi e le sue qualità. Ma ormai le scuole medie erano finite, mi aspettavano le superiori e lui rimase indietro. Durò pochissimo, considerando inoltre la mia tendenza a fuggire, a tagliare i ponti se una determinata situazione iniziava a starmi stretta, se diventava “soffocante”.

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Nessuno riusciva a competere con la bellezza della solitudine, nonostante il mio irrefrenabile desiderio di vivere una favola. Il fatto poi che Giacomo non avesse intenzione di continuare a studiare, accontentandosi della licenza media che gli permettesse di trovare un lavoro, ha definitivamente posto la parola fine alla storia.

Io invece che scuola scelsi? Ah ah, mi viene da ridere, perché mi iscrissi ad un istituto professionale dove le classi miste erano due, mentre tutte le altre erano composte esclusivamente da maschi. Non me la sentivo di ficcarmi in mezzo alle femmine, anche per le precedenti esperienze che mi avevano insegnato quanto le ragazze fossero infide, eppure alla fine fui fortunata (per una volta), visto che le tre amiche con cui avevo formato gruppo erano davvero eccezionali. Forse perché anche loro condividevano l’animo un po’ maschiaccio, pratico come quello maschile, non erano le classiche femminucce ed erano in gamba.

Comunque addussi una motivazione più che logica, nella mia mente, ed è la stessa che riportai a mia madre: diventare un tecnico progettista così da portare avanti lo studio di Amilcare, una volta che fosse andato in pensione. L’intenzione era reale, intelligentemente pratica, specie perché ancora non avevo chiaro in mente cosa fare del mio futuro, quale fosse il mio posto nel mondo. Frequentare il liceo era una limitazione, dato che al termine avrei dovuto necessariamente frequentare un’università, mentre con un diploma avrei anche potuto decidere di fermare gli studi. Non avevo alcuna idea di quello che avrei voluto fare a diciotto anni.

Ci si chiederebbe come mai predilessi la professione del mio patrigno, dopo tutto ciò che era successo, che mi aveva fatto, anzi avrei dovuto mandarlo a quel paese in tutti i sensi. Ma a quel punto avevo chiuso con quella fase della mia vita, volevo dimenticare e, visti i precedenti, tanto valeva approfittare dei benefici che il bastardo offriva, giusto per non renderlo un soggetto totalmente inutile.

Amilcare non aveva mai smesso di fare il geometra, neanche quando era proprietario dell’hotel, aveva sempre avuto un suo studio e, allorché ci trasferimmo in centro, ne adibì un altro al piano di sotto, con un imponente tecnigrafo professionale che occupava quasi tutta la stanza. Feci dei progetti fantastici durante il periodo scolastico, ma in fondo io avevo sempre amato il disegno pertanto la fantasia e l’estro non mi mancavano di certo.

Il paradosso, è che poi li mostravo ad Amilcare, per ottenere consigli e suggerimenti, anche per ricevere approvazione, magari dimostrargli che non ero la donnetta banale che si perdeva nel mazzo, talmente scialba da meritare soltanto molestie ed attenzioni sessuali. Ero speciale, ero pure bravina, anzitutto intelligente, e questo glielo sbattevo in faccia, elegantemente, sottilmente, ma per me è stata una ricca e saziante rivalsa.

Dopotutto doveva ringraziarmi, per aver taciuto. Non so allora, come fossero le leggi, ma al presente avrebbe facilmente rischiato la galera. In America ti danno l’ergastolo, ma probabilmente in Italia sono arrivati tardi, e non è una novità.


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