L’Amore Idealizzato – Cap. 2


Come si può ben intendere, la prima vita sociale che riuscii a costruirmi fu seriamente disastrosa, persi ulteriormente fiducia nelle persone ed alimentai il mio morboso attaccamento alla solitudine. Non riuscivo concretamente a legare con le persone, a stringere una stabile amicizia, ero sfuggente e inaffidabile, nella mia innata volubilità, e non permettevo a nessuno di avvicinarsi più del dovuto.

Se mia madre aveva il radar per pescare gli uomini peggiori nel mazzo, io lo avevo in fatto di amicizie. Naturalmente non ero granché esperta, non avevo mai fatto pratica, in quanto le amicizie non avevo mai potuto sceglierle. Durante l’infanzia avevo qualche amichetta delle elementari ma in linea generale lo sono rimaste a livello scolastico, in quanto i genitori erano giustamente restii a lasciare i loro bambini un intero pomeriggio in un hotel. Luogo di perdizione…

Oltre Alice, erano i miei tre cugini a farmi visita, figli di una cugina italiana di mia madre che abitava in quella città, e che io reputavo come una zia. Uno di loro aveva la mia età, e gli altri due si portavano un anno di differenza, dato che Annagrazia li aveva partoriti uno dopo l’altro, con lo scopo di avere una femminuccia. Alla fine si è dovuta fermare, tre erano già troppi, e magari a me è andata bene così, perché non so se la presenza di una cugina avrebbe potuto guastare il benefico equilibrio che si era instaurato tra noi.

I ragazzini si alternavano nelle visite, un giorno uno e un giorno l’altro, e quando sentivo bussare alla 412 per me era sempre una sorpresa, perché non sapevo mai di chi fosse il turno. Però il sorriso era assicurato, poiché potevo giovarmi di un po’ di compagnia sincera e coetanea, sentivo che mi volevano bene e che risultavo loro simpatica, infatti ci divertivamo parecchio insieme.

Probabilmente iniziai a diventare un maschiaccio appunto per questa compagnia, e a preferire quella maschile, anche in seguito, visto che mi ci ritrovavo meglio, in sostanza stavo bene in mezzo ai maschi. Le femminucce, da sempre più complicate e talora invidiose, non erano così lineari come i ragazzi, più spontanei e veri, ed è questo ciò di cui avevo bisogno. Della trasparenza, della verità, già vivevo fin troppo nella menzogna.

Poi, i momenti in cui ci riunivamo tutti insieme, a casa di Annagrazia si scatenava la baraonda, eravamo degli uragani che spazzavano ogni cosa al loro passaggio. Io potevo liberare la mia esuberanza, perennemente soffocata dall’ambiente in cui vivevo, dove bisognava essere educati e compassati, un urlo si tirava automaticamente lo schiaffo (metaforico, mia madre non ha mai alzato un dito su di me). Insomma pure quando giocavo dovevo comportarmi come un’adulta.

A casa dei miei cugini invece, che era enorme, a tal punto che non sono mai risuscita a contare le stanze, tutto era concesso, specie perché, avendo figli maschi mia zia era obbligatoriamente più permissiva, era abbondantemente abituata malgrado che con me i danni si triplicassero. Un sacco di volte capitò di non volermene andare, volevo restare lì, anche a dormire, però ovviamente non mi fu mai permesso, essendo che in sostanza io ero una femmina e loro tutti maschi.

Mi viene da ridere, visto che ci si preoccupava di situazioni rischiose in ambito sessuale, mentre nel luogo dove vivevo si verificava mille volte peggio. Poi figuriamoci, i miei cugini mi consideravano una di loro, esattamente come un maschio, inoltre la mia profonda empatia e spirito di adattamento non avrebbero mai scatenato istinti primordiali in loro, e di fatto erano dei bravi ragazzi. Sono, dei bravi ragazzi. Ad oggi, ancora sono in buoni rapporti con loro, probabilmente sono i fratelli che non ho mai avuto, anche se fondamentalmente non sanno nulla di me, nulla su fatti e problematiche risalenti a quel periodo innominabile.

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Ad ogni modo, se non sapevo scegliere le amicizie, anche in fatto di ragazzi lasciavo alquanto a desiderare. Paradossalmente, ero attratta da quei ragazzini che mi trattavano male, che mi riversavano addosso taglienti parole. Chi mi trattava bene o mi sviolinava rendendomi oggetto di smancerie smielate, rivestiva per me poco interesse. Mi piaceva il maschio duro e sicuro di sé, che fosse capace di tenermi testa e in definitiva mi facesse sentire una femmina.

L’essere un maschiaccio, l’essere cresciuta da sola e con una sviluppata indipendenza poco usuale per una donna, mi aveva resa autoritaria, prepotente e, in pratica, ero io il maschio che comandava. Se il ragazzo era poi remissivo e condiscendente ne veniva la conseguenza che l’interesse scivolava rovinosamente a terra, insomma mi scadeva e lo consideravo un rammollito.

Egli doveva sì dimostrarmi interesse, considerarmi come un fiore, ma doveva altresì usare il bastone e la carota, affinché si mantenesse vivo l’interesse, in conclusione non doveva darmele tutte vinte. E più mi combatteva, più mi colpiva se sbagliavo e tanto più mi sentivo coinvolta.

Si può comunque annettere un’altra ragione, ovvero che avendo ricevuto soltanto bastonate, essendo stata praticamente rifiutata da mio padre che in fin dei conti mi aveva abbandonata, è possibile che inconsciamente fossi convinta di meritare solo questo, maltrattamenti e mortificazioni dal genere maschile, con cui il primo approccio non fu dei più propizi. Amara la consapevolezza che il primo uomo della tua vita che dovrebbe fornirti sicurezza, protezione e amore maschile, tuo padre, in verità non ti ha mai amata. Se poi aggiungiamo l’esperienza con Amilcare il tutto si completerebbe a pennello.

L’intima sensazione che ci fosse in me qualcosa di tremendamente sbagliato, prima rifiutata come figlia e poi molestata come una donnetta da quattro soldi, non poteva essere una coincidenza, nella mia testa, di sicuro ero io ad essere sbagliata, una persona immeritevole e di poco valore. In due parole: bassa autostima. Meritavo solo schiaffi, di conseguenza era quanto cercassi.

Ovviamente questi sono meccanismi inconsci che si sviluppano in base alle circostanze e le conseguenti, sfortunate esperienze vissute le scolpiscono sulla pietra. Occorrono degli anni, un lavoro su se stessi non indifferente, tanta saggezza acquisita per raggiungere la reale conclusione che non è affatto così. Nessuno merita il male, neanche chi fa male, non dobbiamo essere noi giudici e carnefici, dato che la ruota gira e fortunatamente esiste papà Karma.

Io non ho mai cercato effettivamente vendetta, però sfociavo volentieri in dispetti e ripicche, talora abbastanza taglienti. La mia arma infallibile erano le parole, tuttavia erano così infilzanti e denigratorie che, più tardi, ho dovuto corredarle con le mani. I colpi era così ben messi, così perfettamente a segno che la controparte (maschile), perdeva la pazienza e, non potendo competere con le parole, rimediava a suon di schiaffi. Lì è cominciato un periodo buio della mia vita, comunque è venuto tardi, ero già adulta quando subii violenze domestiche, un ulteriore pessimo ricordo che successivamente lascerò ai posteri…


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