L’Amore Idealizzato – Cap. 1


Sin da piccola ero alla ricerca del principe azzurro, con l’inaffondabile desiderio di vivere una favola, essere per lui una principessa, adorata e trattata come un fiore prezioso, ma nella maggior parte delle volte ho ricevuto solo spine. L’ideale dell’amore romantico era diventato un dogma, una fissazione e ragione di vita, ragion d’essere, così come lo è stato per il resto della mia vita.

Iniziamo col dire che questo sogno fu ferocemente abbattuto durante i primi anni della mia pubertà e per gran parte della mia adolescenza, fino a che pensai di aver trovato il ragazzo giusto, agli albori della mia maturità, che potesse amarmi come sognavo. In realtà, erano tutti potenziali principi, dato che la mancanza di amore paterno, la fame di amore e di importanza che mi soppiantavano mi inducevano a sentirmi amata in ciascun caso.

Bastava poco, uno sguardo dolce, un po’ di considerazione e per me quello già era amore. Dunque s’intuisce benissimo quante siano state le scottature o le batoste ricevute, le fallaci illusioni, considerando che i ragazzi in crescita ormonale sono all’unica ricerca del sesso. All’amore ci pensano poco e non se gliene può fare neanche una colpa.

Tale condizione fu ulteriormente accentuata dal bullismo del quale fui succulento bersaglio, sul finire delle scuole medie fino al quarto anno delle superiori, se non rammento male. I ragazzi mi prendevano in giro per il mio aspetto, destinandomi scherzi oltremisura pesanti, può essere considerata esuberanza giovanile ma non si può spiegare quanto mi sentissi mortificata, quanto mi umiliavano chiamandomi cicciona o botolona. In fondo ero malata, e schernendomi a quel modo raddoppiavano la sofferenza patita che era stata poi la responsabile del mio sovrappeso.

I grandi dicevano che ero di costituzione robusta, se mi lamentavo del mio aspetto, ma i miei coetanei non erano dello stesso avviso. Non era l’unico neo che avevano da criticarmi, perché arrivai in prima superiore che strane voci giravamo su di me, si diceva che ero una poco di buono e che, in pratica, la davo a tutti.

Niente di più falso, visto che sarei stata vergine per altri cinque anni, eppure qualcuno si divertì a dipingermi una brutta fama. Non so se per vendetta ma di sicuro ciò arrivava dalle scuole medie, visto che in prima superiore nessuno mi conosceva o aveva idea di chi fossi. Basta una piccola bugia, una sola parola per rovinarti la reputazione e dunque la vita. E quando sei molto giovane, ciò può trasformarsi in tragedia.

In conclusione, insieme a termini degradanti sul mio aspetto fisico si aggiunsero termini volgari e irripetibili sul mio essere, in parole povere, una puttanella dal letto facile che si faceva ripassare da chiunque. Questa è stata la mia seconda tortura, ero appena uscita da quella messa in atto da Amilcare e già me ne aspettava un’altra, diversamente gravosa ma ugualmente massacrante.

Di questa situazione ho sofferto dai tre ai quattro anni circa, finché i miei compagni di classe non si resero conto che erano state puramente dicerie infamanti, così smisero di torturami e presero a trattarmi come una brava persona, come una di loro. Con il tempo, con i miei comportamenti avevano assodato che non ero la troietta che certuni andavano sostenendo con fervore, però quegli anni non si cancellano, le cattiverie, le orrende parole non svaniscono con i ripensamenti.

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Numerose sono le notti che passavo insonni, scervellandomi sul perché si dicesse questo di me, quali fossero stati i miei atteggiamenti tanto scabrosi, a chi avevo fatto un torto, chi mi odiasse a tal punto da farmi del male così feroce. Ma fondamentalmente non avevo mai fatto nulla di male, non avevo ferito nessuno o comunque non in una misura tale da meritare tanta gratuita malignità.

Non trovando risposte, pur scavando nel mio breve passato trascorso alle scuole medie, cominciai a partorire ipotesi in merito. Di sicuro, era qualcuno che avevo avuto particolarmente vicino, per reagire in maniera talmente punitiva, qualcuno che voleva farmi le scarpe per uscirne vincente e con la faccia fresca.

Facendo un’accurata scansione è probabile che la beccai, tuttora non sono certa che sia lei perché non ho la consapevolezza da dove sia partito il pettegolezzo, in questi casi trovare la fonte è difficile tanto quanto isolare un granello di polvere, in mezzo alla polvere. Ed è inaudito che potesse essere lei, visto che questa ragazzina lo era sul serio, quello che poi si disse di me per anni.

Peraltro, io fui la prima, anzi l’unica tra le ragazze a stringere amicizia con lei, quando ce la trovammo in classe, in terza media, essendo Mafalda una ripetente. La vedevo sempre sola, emarginata, trattata come una pezza da piedi perché era una persona dichiaratamente sudicia, che aveva già fatto sesso all’età di dieci anni e non lo nascondeva, ne faceva addirittura un vanto per sentirsi più grande. Una mini ninfomane, e il mio spirito missionario mi spinse ad offrirle la mia amicizia, una tendenza che ho pagato salatamente, forse uno degli errori più gravi della mia vita.

Ma, se si crede al detto dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, è anche possibile che mi sia accaparrata una tale nomea proprio perché andavo in giro con lei. In più, può essere possibile che la stronza, per ripulirsi l’immagine, abbia fatto credere che fossi io a trascinarla in situazioni ambigue e poco decorose, o che fossi io colei che aveva fatto certe cose quando eravamo insieme, visto che fisicamente ci somigliavamo abbastanza. Io che volevo aiutarla, e invece Mafalda mi ha usata per lavarsi la faccia, infangandomi.

Peraltro, mi pugnalò pure alle spalle, perché c’era un ragazzo della mia scuola che mi piaceva tanto, e lei lo sapeva, grazie ad una mia confidenza. Se mi fossi mangiata la lingua sarebbe stato meglio… Durante una gita scolastica per visitare una fortezza storica, se lo portò su in cima e lo sedusse senza eccessive cerimonie, fecero sesso mentre io ero impegnata a cercarli, convinta che stessero facendo una passeggiata tra le mura e volevo andare con loro.

Non contenta, quando uscivamo da scuola se lo portava nella villa comunale adiacente, e mettendo in piedi un bel teatrino lo agguantava per pomiciarselo come una vampira succhiasangue. Una visione nauseante, tant’è che a quel punto decisi di ritirare la mano che le avevo teso, lasciandola di nuovo sola. Forse non me lo perdonò e cara me la fece pagare, ma chi è causa del suo mal…


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