L’Amore Sognato – Cap. 7


Come anticipato, nella nuova classe feci delle conoscenze interessanti e, a parte l’aria fresca che respiravo, una in particolare segnò la partenza alla mia ribellione, alla sensazione che la storia con Amedeo iniziasse a starmi stretta, statica e priva di significative evoluzioni. Un ragazzo seriamente eccezionale che subito manifestò il suo interesse, appena il preside mi fece accogliere in classe per presentarmi ai miei nuovi compagni.

Il suo nome, che sinceramente non ricordo ma qui lo indicherò chiamandolo Luciano, era piuttosto conosciuto perché rampollo di una nota famiglia di imprenditori che possedevano una prestigiosa catena di negozi. Fui trattata da lui come una signora, e peraltro era davvero molto carino, o piuttosto, direi bello nella vera accezione del termine.

Però, non era proprio il mio tipo, forse troppo bello e troppo gentile, troppo signorile. A quei tempi ancora andavo in cerca dei cattivi ragazzi, quelli travestiti ovviamente, con la facciata da principe e l’animo duro ed anche un po’ rude, essenzialmente inaccessibili, insomma le classiche sfide che ti mantengono vita nell’animo, una sorta di masochistica tendenza a cercare botte e carezze in una volta sola.

In verità, questa è una peculiarità che mi è rimasta, seppur affinata, ma le conquiste facili non mi attirano, del resto come accade a tutti. In quei casi suona sempre un campanellino, la solita frase se è troppo bello per essere vero, forse non lo è, oppure, se vogliamo andare più a fondo e in maniera intelligente, l’apparenza non è quasi mai corrispondente all’effettiva realtà. Quindi, se sei troppo bello, bravo e buono, sicuramente la sorpresa che c’è dentro non sarà mai così piacevole come l’ornamento pomposo del pacco, fiocco e carta compresi.

Poi il colpo di fulmine è una cosa a parte, visto che lì non puoi mentire, non ti puoi mostrare solo nel tuo lato migliore, impegnato come sei a restare travolto dalla magia dell’attimo, un po’ confuso e un po’ perso, e naturalmente fai poca attenzione a mantener alte le barriere e alle macchinazioni mentali per far colpo. Anche l’ego si spoglia, e questo non è poco, dato che è lui l’assassino, il primo colpevole dei fallimenti in amore.

Ed è proprio lui che mi condusse allo sfacelo, in senso positivo però, almeno per una volta mi era stato amico… La situazione stagnante, che ristagnava letteralmente a tal punto da diventare maleodorante, sganciò l’apertura di una nuova porta, liberando una parte di me fino ad allora nascosta, ignorata, sconosciuta. Nella mia intimità con Amedeo non sentivo più profumi di fiori e di rosee aspettative, vedevo solo grigio e certe volte nientemeno nausea, ma nei confronti di me stessa.

Così, mi misi dall’altra parte del guado, per punirlo e riscattarmi, affibbiandogli un bel paio di corna. Solo bacetti però, con Luciano non feci sesso, ma successivamente lo feci con Marzio, addirittura nel mio letto, a casa mia una sera in cui i miei non c’erano, quando l’impotenza e la delusione si trasformano in rabbia e necessità di rivalsa. La mia prima avventura di solo sesso, e francamente non sentii un briciolo di senso di colpa, né di rimpianto, anzi fu come chiudere un cerchio due volte, sebbene fatto del tutto inconsciamente.

Da un lato c’era Marzio, che mi aveva tartassato per anni affinché “gliela dessi”, come popolarmente si dice e lui diceva, ma stavolta ero stata io a decidere e glielo avevo presentato come regalo, com’è giusto che fosse, facendolo al contempo sentire una piccola persona, intenzionato ad usarmi e invece alla fine era stato soltanto usato. Dall’altro lato, il suggello della fine con Amedeo, nella mia mente, il riprendermi me stessa e la mia libertà, la mia testa, riporre l’equilibrio e non sentirmi più come meno di niente.

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Detto fatto, eppure alla fine non glielo confessai, quando al contrario era stato quello il primo intento, farlo sentire come mi sentivo io, ma soprattutto per ripagarlo con la stessa moneta, provocarlo, scuoterlo, rinfacciarglielo semmai mi avesse accusata di tradimento o di comportamento disonesto e scorretto. Lui era il primo a non poter parlare.

Ebbene, ci fu una frase, o più che altro un atteggiamento, che sancì definitivamente la fine, una sera che mi recai al bar mentre lui stava facendo la chiusura. L’ultimo tentativo, l’ultimo sassolino, come una specie di caterpillar o kamikaze… ma volevo la conferma finale, volevo toccare l’ultimo tasto, il gradino finale di quella scala contorta e giostrante, al fine che non avessi avuto mai più rimpianti, per quello che avrei potuto fare e che viceversa non avevo fatto.

Mi armai delle buone intenzioni, nel proposito di trascorrere la serata insieme, magari di fare il punto definitivo della situazione, chiarendo apertamente, cosa che non avevo mai voluto fare, sempre a leggere tra le righe e sottintesi, ma ero stanca di lambiccarmi il cervello, volevo delle certezze, delle risposte, nero su bianco.

Una cosa che mi aveva fatto molto male, e che accelerò il processo per arrivare a quel dunque, fu un gesto che Amedeo aveva messo in atto in precedenza. Tra l’altro fu proprio lui a darmi l’input, a mostrarmi la strada per intraprendere quello che sarebbe stato il mio lavoro. Mi aveva illuminato il mio talento, facendomi vedere quello che poi sarebbe diventato il mio futuro, la mia missione, cosa ci fossi venuta a fare in questo mondo, qual era il mio ruolo in questa vita. Scrivere.

Avevo cominciato a scrivergli delle lettere, per dirgli tutto ciò che non riuscivo a dirgli con la voce, quello che provavo, come mi sentivo, quello che lui significava per me, per la mia vita. Dopo la prima lettera, mi ricordo esattamente il momento, lui era seduto dietro la cassa del bar, io al di là del bancone, gli brillavano gli occhi e non me lo posso mai scordare. Era colpito, me lo disse con lo sguardo, e con le parole invece aggiunse che avrei dovuto sfruttare questa dote, per farne una professione in cui sarei certamente eccelsa.

Io ero rimasta interdetta, senza parole, fissa con il mio sguardo su di lui, pensando che fosse puramente l’amore a fargli dire quelle cose. Lo reputavo un tantino esagerato, non mi sentivo affatto all’altezza di un simile sogno.

Sì, era un sogno, in fondo lo desideravo, tuttavia non avevo abbastanza stima di me stessa, tanta fiducia nelle mie capacità, o forse mi vergognavo soltanto, di far leggere al mondo i miei pensieri, mettermi a nudo attraverso le parole impresse. Non ero coraggiosa, non in quel campo, l’insicurezza non mi dava via libera, infatti ci sono voluti parecchi anni affinché materializzassi il mio talento, giusto dopo la separazione da mio marito. Avevo 33 anni. Un po’ come Dante o Cristo, un’età che ha ribaltato completamente la mia esistenza.


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