L’Amore Sognato – Cap. 5


Parlando di suicidio, ci sarebbe in effetti un bel capitolo da dedicare, dato che la degenerazione non tardò ad innescarsi. Io che lasciai la scuola, e quella tizia mentalmente disturbata che alla fine lo fece sul serio. Si calò un’intera boccetta di barbiturici e fu ricoverata d’urgenza per un’immediata lavanda gastrica.

Naturalmente non lo fece nel silenzio, nella reale disperazione, era tutta una trappola minatoria per metterlo in guardia, calcolando il giusto momento per essere salvata dal suo eroe e tirarlo definitivamente dalla sua parte. Ed io l’allocca, che la emulai facendo altrettanto. L’amore rende davvero pazzi e sciagurati… decisamente stupidi.

Accadde una sera, che io ed Amedeo avevamo appuntamento alla piazzetta dello stadio poco distante da casa mia, e già il suo ritardo mi preoccupò a sufficienza. Convinta che mi avrebbe dato buca, iniziando a disperarmi poiché avevo un gran bisogno di stare con lui, per quelle pochissime serate che mi riservava, lo attesi ugualmente e lui dopo quasi un’ora arrivò. Il suo aspetto non era confortante, non prometteva bene, a tal punto che salì in me la paura che stesse per scaricarmi.

Eppure non lo fece, nonostante il suo racconto che mi lasciò di sasso. Era appena uscito dall’ospedale, dov’era stata ricoverata quella pazza sociopatica che aveva tentato di ammazzarsi perché lo aveva colto in flagrante, trovando una mia foto nel suo portafogli. Io non ci volevo credere, pareva che fosse un film, anzi più una telenovela di terz’ordine, ascoltai in silenzio e attesi il colpo finale. Meno male che non arrivò.

Apprezzai tuttavia la sua maturità e considerazione, anche se si lasciò infinocchiare per bene, poiché si era comunque preso la briga di venirmi ad avvisare, non esistevano i cellulari e d’altronde non avrebbe potuto chiamarmi a casa. Nonostante tutto, non si era sentito di dirmi addio, fu in quell’occasione che mi pronunciò la famigerata frase riportante che, io e lei, eravamo le sue due gambe, e non avrebbe potuto rinunciare né all’una né all’altra. Ma i giochi erano ormai fatti, e la resa dei conti era assai vicina.

La furba infatti se l’era giocata bene, aveva alzato un bel polverone coinvolgendo conseguentemente anche le famiglie, un bel piano tattico per rafforzare l’opera di dissuasione affinché Amedeo si ripiazzasse sulla retta via. Questo perché, naturalmente, il gesto ebbe l’esigenza di essere spiegato, e nella sua finta disgrazia e annessa confusione, costei sparlò volontariamente additando la colpa alla sottoscritta, che traviava il suo bel garzone e lo istigava ad atti folli e sragionati.

Lo stesso padre di Amedeo, che io conoscevo piuttosto bene e lui conosceva me, disse al figlio con costernazione: «Cosa ti è successo, non ti riconosco più.» Il fratello invece mi guardava con comprensione, sapeva che soffrivo in silenzio, che era la mia, la vera disperazione.

Un giorno questa disperazione toccò il culmine, quando il mio fisico così debilitato per l’angoscia, per i digiuni, le somatizzazioni, mi scatenò una febbre oltre i quaranta e naufragai nel delirio. Fu tutto un pianto e un insieme di frasi sconnesse. Ricordo che durò una notte intera, la porta aperta della mia camera al buio e intravedevo la luce accesa della cucina, mia madre ripiegata su stessa che tribolava, non sapendo come affrontare la situazione, come alleviarmi, come potermi aiutare.

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Ma nessuno poteva, soltanto Amedeo avrebbe potuto curarmi, o io, ma non ne avevo affatto il proposito. Volevo farmi male, toccare il fondo, volevo soffrire sconfinatamente per poter dire basta, visto che ancora non ero in grado, ancora non riuscivo e per inciso non lo volevo.

Beffa dopo danno, due giorni dopo mi beccai pure un acre rimprovero da lui, che mi aveva aspettata ed io non mi ero presentata al nostro appuntamento. Non gli raccontai quello che avevo passato, non feci la vittima e non volli impietosirlo, soprattutto perché in quel frangente venne alla luce il suo malcelato egoismo, come se lui fosse l’unico a sacrificarsi, dato che si era barcamenato con estrema difficoltà per riuscire a ritagliarsi quella serata con me, mentre io gli avevo restituito una bella suola. Infantile e dispettosa.

Insomma la situazione prese la discesa, procedendo a rotoli, e il ricordo dei bei momenti lasciò il passo alle complicanze, alle squallide bugie, ai gesti poco ortodossi e alla sporcizia che ne conseguì. Cercai di non farli svanire, di tenermeli stretti, specialmente quelle fantastiche sorprese che lui d’abitudine mi faceva, sorprese inaspettate e come ho detto vado matta per le sorprese.

Quelle che rammento con maggior piacere sono le improvvisate che Amedeo mi faceva al lavoro, durante i week-end quando facevo i servizi extra ai matrimoni come cameriera nei ristoranti. Anche la notte di capodanno mi fece una meravigliosa improvvisata, poco dopo la mezzanotte si presentò al ristorante dove lavoravo per farmi gli auguri, mollando tutti, ragazza compresa, pur di venirmi a salutare.

Poi uno parla di illusioni e vane speranze, ma sono questi gesti che ti fanno capire quanto una persona tenga a te, erano queste le cose che rinvigorivano in me la certezza di non arrendermi, che il sentimento c’era e non bisognava smettere di combattere. Un poco di razionalità la usavo anche, malgrado fossi totalmente accecata dall’amore, e riuscivo a rendermi conto che dopotutto non erano soltanto mulini a vento.

Purtroppo, però, il sentimento non è sempre sufficiente, non è vero che l’amore vince in ogni caso, anzi spesso viene letteralmente travolto dagli eventi e viene privato dello spazio per respirare. A quei tempi, poi, quando le famiglie erano determinanti nei rapporti di coppia, perlomeno nell’ambiente sociale dove vivevo, sinceramente retrogrado, scarseggiava il coraggio di ribellarsi, di riappropriasi della propria libertà, della propria volontà.

Io non facevo testo perché la mia mentalità è sempre stata aperta, non solo di carattere perché vedevo anche la realtà all’estero, dov’ero parzialmente cresciuta da piccola, e inoltre mia madre era decisamente più evoluta, rispetto alle altre madri del “paese”. Pertanto la sua educazione ha rafforzato la mia indipendenza mentale, sebbene per certe cose si sia adeguata e mi abbia trasmesso il senso del pudore, la rispettabilità della propria reputazione e la necessità di conformarsi alla società di cui si fa parte, se non si vuol essere banditi e marchiati a vita.

Per questi ultimi aspetti devo dire che non ho tanto dato il meglio di me, ma rientrava tutto in una forma di ribellione esplosa per orgoglio. Volevo essere quella che sono e non intendevo affatto sottomettermi e diventare quello che invece gli altri volevano, facendomi schiacciare con le loro regole indotte e preconfezionate che divoravano a poco a poco le capacità cerebrali. Tutte pecore senza cervello che seguivano il gregge, tutte in fila perfino se esso si fosse buttato giù da una montagna. Ed io volevo Vivere.


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