L’Amore Sognato – Cap. 4


A dispetto delle aspettative, la mia prima esperienza di sesso non fu epica come giusto che fosse, forse anche perché sussistevano quei retroscena abbastanza squallidi che ne rovinarono l’apoteosi. Però l’ambientazione fu scelta con estrema cura, tra le più romantiche possibili, o disponibili…

Dal momento in cui se ne cominciò a parlare, manifestando sottilmente il desiderio di compiere finalmente quel passo, altrettanto sottilmente gli parlai della nostra casa in campagna, che durante l’inverno era disabitata e mia madre ci andava sporadicamente, e soltanto nei week-end. Non ci fu la necessità di organizzarsi apertamente perché tra noi non c’era bisogno di parole, anche banali che avrebbero potuto far scadere il valore di un evento così fatidico.

Amedeo lo sapeva che ero illibata, che per me era un passo decisivo e non meno importante, e il suo delicato silenzio mi sovvenne nel prima, durante ed anche dopo, sottraendomi l’imbarazzo che lui aveva correttamente individuato. Così, una sera mi ritrovai nella sua auto, destinazione paradiso.

Portammo con noi candele, champagne e qualche delizia appetitosa da stuzzicare, intavolando una specie di rito che ci diede la possibilità di prepararci, scioglierci, gustare appieno l’aspettativa del momento. Francamente, però, fu più bello quel momento che il resto…

La delusione che restò amara in bocca ci rese silenti, al ritorno. Dal canto mio, lo avevo ben troppo idealizzato nella mia mente, sognato nelle sue più fantastiche varianti e, ovviamente, il sogno è sempre migliore della realtà. Perciò, tutto il mistero e l’esaltazione che aleggiava intorno al grande passo si erano ridotti ad un incontro meccanico e semplicemente simbolico, guidato dall’impaccio e dalla volontà che tutto si sbrigasse a finire. Insomma come togliersi un dente.

Quando ci apprestammo a salire di sopra, attraverso una pittoresca scaletta in legno che mi nonno aveva costruito dalla sala camino alle camere, già iniziò il declino della magia. D’altronde, un sogno che si materializza in realtà e si offre alla tua portata, perde quel lato magico che lo ha poderosamente sublimato, reso perfetto, e resta solo un brutale scontro con la normalità, si deteriora l’importanza e sale la consapevolezza di aver udito tanto rumore per nulla.

Era fine gennaio, e il freddo della casa che non si era potuta riscaldare ci costrinse per giunta a velocizzare l’ingresso sotto le coperte, pertanto il freddo si percepì anche nell’atmosfera, dovendo spogliarci di gran fretta senza nessun preliminare, senza il gusto di scoprirci piano piano, di riscaldare degnamente il desiderio. Il passo fu quasi istantaneo, lui sopra e io sotto che ci abbracciavamo quasi tremando, e purtroppo non per l’emozione…

Rigida come una trave, più per ostentazione che per timore, l’atto fu semplicemente un disastro, lui che non ce la faceva ed io che per un attimo pensai, che diavolo ci faccio qui? Alla fine comunque la congiunzione ci fu, e il dolore fisico che avrei dovuto sentire per aver rotto il “sigillo” fu praticamente inesistente, rapportato alla moltitudine di sensazioni contrastanti che mi assalirono a valanga. Amedeo ne ebbe sentore, e la cosa ci raffreddò ancor di più quando mettemmo i piedi fuori dal letto e con la stessa velocità ci rivestimmo.

Eravamo sconvolti, quasi deturpati nelle espressioni e probabilmente ci vedemmo bruttissimi. Io avevo i capelli come un manico di scopa, avendoli tinti da poco con mèches invasive che li avevano rovinosamente sfibrati, e questo per causa sua. Più o meno.

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La scema sempre io, dopotutto, in quanto Amedeo non faceva che ripetermi che non provava tanto gradimento per le bionde, preferiva senza dubbio le more, così la cretina, un bel giorno si recò dal parrucchiere di sua madre e si tinse i capelli completamente neri. Un nero talmente buio e volgare per i miei lineamenti che mia madre, appena mi adocchiò sulle scale, senza troppi fronzoli mi spiattellò in faccia che sembravo una battona.

Aveva ragione, neanche io ero raggiante per il risultato, al contrario di Amedeo che mi trovò bellissima e mi decantò incantato. Stranamente, però, non lo ascoltai, non mi rese felice poiché mi ero pentita amaramente. Quella non ero io, stavo perdendo la mia identità, stavo perdendo me stessa e per un uomo che, alla resa dei conti, non mi aveva scelta e mai lo avrebbe fatto.

Decolorazioni su decolorazioni, i miei bei capelli sani e lunghi si trasformarono in uno scopettone malandato, non schiarendosi di una virgola, finché la cara Pamela non mi diede una dritta miracolosa, consigliandomi la sua parrucchiera che aveva il dono della restaurazione. Trascorsi un pomeriggio intero nel suo salone, soffrii a sufficienza ma da ultimo ne uscii risanata, con un bel carré biondo e setoso che mia madre gradì particolarmente, dicendomi stavolta che le sembravo tornata bambina, al tempo in cui avevo i capelli di quell’esatto colore.

Ma questa non fu l’unica follia, un periodo feci addirittura digiuno bevendo solo acqua (e caffè), un fioretto che segretamente portai avanti perché Amedeo mi aveva confessato che la sua ragazza stava male, aveva rilevanti problemi di salute ed io mi sentii di aiutarlo in questo modo, visto che per altri versi ero del tutto impotente. Onestamente, non lo feci tanto per lei quanto piuttosto per lui, che vedevo angosciato, triste, sormontato da una marea di sensi di colpa e si sa, quando si ama, la priorità assoluta è vedere la persona che ami felice, a discapito di tutto, perfino di te stesso.

Qualcuno direbbe che ero seriamente un’ingenua, in tutta sincerità lo penso pure io, ma a quel tempo mi sembrava la cosa giusta da fare. Non m’imposi quel fioretto per esaudire il mio prorompente desiderio che si lasciassero, malgrado fosse la cosa più logica ma non mi sfiorò nemmeno la mente. Avevo troppa dignità di me stessa per ricorrere a tali sotterfugi, disperati e patetici, e poi volevo che se lui la lasciasse per stare con me, sarebbe stato con coscienza e convinzione, perché amava me. Doppiamente ingenua.

Nella mia testa ero convinta che Amedeo restasse con lei perché gli faceva pena, niente altro. In verità ciò non era tanto distante dalla realtà, considerando che la tizia, più per furbizia che per fragilità, aveva scoperto la tresca e minacciava il suicidio, a detta di lui, benché Amedeo avesse negato, sottolineando che i suoi sospetti fossero infondati e di dar troppo retta alle chiacchiere.

Ma a parer mio era solo una mossa strategica, probabilmente ne era cosciente anche lui, seppur labilmente, tuttavia non sarebbe comunque cambiato nulla, anche se lei non avesse puntato i piedi facendo la patetica vittima. Allora non me ne rendevo conto, mi appigliavo alle più labili speranze, mi ci aggrappavo con disperazione, ma era lapalissiano che tra loro non sarebbe mai finita, tant’è che diversi anni dopo si sono sposati, e credo che stiano tuttora insieme.

Devo però fare un appunto, perché ad oggi astio e rancore non fanno più parte dei miei sentimenti, a meno che qualcuno non mi faccia incavolare per bene, sempre che ci riesca. Se mi esprimo con una determinata terminologia è puramente per autenticare pensieri e stati d’animo di allora, rispettando quel che provavo al momento. Non ce l’ho con lei né tanto meno me la sono legata al dito, valutando inoltre che ero io l’infiltrata, l’amante disonesta, e non potevo indubbiamente avanzare diritti e lamentele.

Onestamente avrei fatto lo stesso, mi sarei comportata nel medesimo modo, fatta eccezione per il vittimismo e quant’altro, il male in senso puro, se un’anonima qualsiasi avesse cercato di sottrarmi l’amore della mia vita. C’è però da dire che la tizia ha passato il confine, ha esagerato escogitando di peggio, ricorse perfino alla Magia Nera, cose assurde e inimmaginabili che riporterò fedelmente, concatenandole in seguito per rispettare una data cronologia degli eventi.


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