L’Amore Sognato – Cap. 2


Era un autunno tiepido ed avevo ancora il mio Bravo, quando, in uno di quei soliti pomeriggi mi recai alla sala giochi. Mentre posteggiavo di fronte all’ingresso, notai un certo viavai dal locale adiacente, che fino ad allora era rimasto sfitto. Chiesi al gestore della sala, lui che sapeva sempre tutto di tutti, cosa stessero facendo, e lui mi comunicò che stavano allestendo un nuovo bar.

Bene, pensai, così avremmo avuto buone cose a portata di mano, soprattutto le sigarette e il caffè, di cui ero diventata un’estimatrice. L’anno prima avevo iniziato a fumare, oltre che a bevicchiare di tanto in tanto, insomma pian pianino stavo diventando viziosetta.

L’allestimento durò relativamente poco e dopo qualche giorno ci fu l’inaugurazione, io naturalmente non mi presentai senza invito, al contrario dei pecoroni che si fiondarono letteralmente, con l’invitante prospettiva di bere e mangiare gratis. A quel tempo non ero granché mondana, non sapevo che le inaugurazioni fossero aperte al pubblico, chiunque può parteciparvi anche senza invito.

In verità, nonostante la comodità di avere un bar a due passi, sulle prime non fui tanto disinvolta, anzi non partii subito con la frequentazione, essendo da sempre timida e timorosa degli sguardi scrutatori altrui. Non sopportavo di essere analizzata al microscopio, ma più per insicurezza che per principio.

Questo è l’ambiente tipico dei bar, logicamente dipende dal tipo di bar, se si tratta di una specie di cantina o ritrovo per beoni, ma di norma ci sono i soliti habitué che si piazzano lì da mattina a sera, bevono e giocano a carte, squadrando di volta in volta ogni persona che entra. E in effetti c’era, la sala per giocatori, però era stata discretamente allestita in una stanza retrostante, così che lo spazio dinanzi al bancone e i tavolini lì sistemati fossero sempre liberi per coloro che erano di passaggio.

Insomma, gradualmente presi ad entrare e poi anche a sedermi, cominciando a sentirmi a casa. I gestori erano estremamente ospitali, due giovani simpatici e gentili, uno aveva sui venticinque anni e l’altro una trentina. Erano fratelli, e spesso veniva il padre ad aiutarli, o meglio, ad occuparsi della sala “del vino”.

Ma, prima di ciò, ebbi un contatto fortuito con il fratello più giovane, Amedeo, il quale mi parve veramente carino, e non solo nei modi. Non ero abituata ad essere trattata con tanta gentilezza, specialmente in quell’ambito, e ciò mi fece automaticamente sentire coinvolta. Come al solito. Eppure, stavolta fu diverso.

Amedeo non era tanto alto, non come piaceva a me, tuttavia aveva i capelli nerissimi e la carnagione scura, un volto magnifico e un modo di parlare che faceva venire le vertigini. In parole povere era un uomo, ed io non potei evitare di farmi invadere dal suo fascino e dalla sua esaltante maturità, dal suo essere delicato e profondo. Quello era sul serio un principe, pensai.

Il primo complimento che mi rivolse fu sul mio aspetto, dato che sentiva quei ragazzacci prendermi per i fondelli, malgrado non fossi più la pallottina di un tempo. Avevo conquistato un bel fisichetto ma ai pecoroni non interessava, insistevano su quella linea, giusto perché non avevano altro in mano. Ciò mi diede anche la consapevolezza che volessero sfottermi per partito preso, non perché ero stata effettivamente grassa, pertanto seppur magra, per me fu una consolazione.

Amedeo invece non li capiva, quasi li detestava per quel modo superficiale e grezzo di fare, degli zappatori di terra, sempre in via metaforica, e un giorno di slancio mi disse: «Tu sei un fiore in mezzo alla cacca.» Si domandò cosa mai ci facessi lì, non essendo affatto come loro, ma non potei confessarglielo, anche perché ormai andavo in quel posto solo per lui.

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Divenni infatti un’assidua frequentatrice di quel bar, non ricordo quanti caffè avrò bevuto, però fece bene alla mia linea, poiché mi chiudeva lo stomaco e non avvertivo la fame. Ma non era soltanto merito del caffè, visto che, come ho detto qualche capitolo fa, è l’amore che mi fa dimagrire.

Un bel giorno, però, entrò nel bar una giovane donna che all’istante attirò la mia attenzione. Manifestava un fare confidenziale e quasi patronale, la cosa m’impensieriva e mi feci attenta, temendo che fosse interessata al “mio” principe. Casualmente ci ritrovammo a conversare, al che Amedeo si avvicinò e ci presentò: «Chantal, questa è la mia ragazza.»

Fu come se un masso di cento chili mi fosse caduto dritto in fronte. Feci l’indifferente, ovvio, sono brava a dissimulare, grazie al mio spropositato orgoglio, tuttavia la delusione fu talmente accecante che non capii più nulla. Dovetti allontanarmi, dovevo riprendere fiato.

Da allora, presi ad andarci di rado, cercavo il più possibile di tenermi alla larga, ma il richiamo era troppo forte. Il richiamo dell’amore. Un richiamo altroché combattuto, osteggiato fino allo stremo, dacché un principio che mi era rimato saldo, oltre al fare sesso solamente per amore, era che i ragazzi fidanzati erano assolutamente off-limits.

Eppure, non facevo che pensare a lui, lo sognavo di notte e di giorno, perfino quando ero a scuola. Diventai disattenta e svampita, svogliata, volevo solo lui, vivevo per lui.

Mi arresi, non potevo andare avanti così, pertanto ricominciai a frequentare il bar. Del resto non era scolpito sulla pietra, le cose sarebbero anche potute cambiare, chi poteva saperlo, magari si sarebbero lasciati, non era detto che tra loro fosse tutto rose e sfiori. E non lo era, ma c’erano di mezzo le famiglie, e in quella città dalle tradizioni arcaiche era un elemento che pesava in abbondanza.

In quel momento non ne ero a conoscenza, mi feci guidare dal mio inguaribile ottimismo e dalla rinnovata speranza che, anche per me, esistesse qualcosa di bellissimo, che non avrei dovuto sempre stare a guardare, mentre gli altri erano felici ed io la povera sfigata in perpetuo. Mi affidai al destino, vada come vada, mi dissi che non avrei dato nulla per scontato.

Non sapevo cosa mi aspettasse, cosa avrebbe implicato questa rischiosa scelta, però me ne infischiai della paura, per una volta, mi misi in gioco senza remore e pure senza scrupoli, altrimenti avrei rosicato nel senso negativo del termine. Dopotutto lottavo per l’amore, qualcosa di nobile, non era uno scopo meschino e dunque l’alibi nei confronti di me stessa era assicurato.

Da premettere, comunque, che non feci la smorfiosa tentando di irretirlo come una viscida serpe, con l’obbiettivo di separarli e mettermi tra loro, in pratica di rubarglielo, mi resi puramente disponibile all’avvicinamento, senza nemmeno compiere un passo. Fece tutto lui. E così, un giorno tira l’altro, il mio sogno diventò realtà.


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